Diffondere uno dei capolavori della letteratura italiana. È questa la missione di Alessio Mariani, in arte Murubutu, e Claver Gold. Due binomi particolari, ma estremamente validi: un primo, formato da due artisti talmente diversi da essere simili, e un secondo formato da due sfumature dello stesso linguaggio, la musica e la letteratura.

INFERNUM è una guida illustrata della prima cantica della Divina Commedia, viaggio ultraterreno compiuto dal sommo Dante Alighieri, attraverso immagini sonore. È letteratu-rap, termine che descrive perfettamente lo stile narrativo di Murubtu e Claver Gold, tra letteratura e storytelling, descrizione perfetta dei luoghi descritti nel poema, riflessione sui personaggi gettati tra i dannati, paura e speranza di redenzione.

Non è un disco come gli altri, anzi, è una bellissima prima volta.

Murubutu, in un certo senso, gioca in casa: quello dell’artista è infatti per lui solo un hobby, poiché in ben altri ambienti ci si riferisce a lui con l’apposizione Prof., essendo docente liceale di letteratura. Dunque, un’ottima conoscenza e una voce cupa e pungente, a tratti crepuscolare, hanno agevolato la realizzazione di un disco che, oltre ad intrattenere, insegna. 

Una serie di scratch che profumano di hip-hop anni Novanta, combinati a versi sparsi ovunque nell’intera cantica, ci accompagna nella Selva Oscura, prima traccia del disco che, come il luogo inventato dal Sommo Poeta, ci abitua a quello che sarà il leitmotiv dell’album: la dannazione, il dolore, la gioia perduta. Un battito d’ali e si palesa l’Antinferno, patria degli ignavi, coloro che in vita non si schierarono mai, condannati a inseguire icone senza valore, un po’ come la loro esistenza, “musica triste senza note, anime nude senza nome, senza infamia e senza lode”.  Come nella Commedia, più ci si addentra in INFERNUM e più aumenta la sofferenza: tra “diverse lingue e orribili favelle” a palesarsi è il nocchiero Caronte, demone incaricato di dover condurre i dannati al rispettivo cerchio su una fragile zattera che solca l’Acheronte.  Tanti colpi al mare, tanti ai dannati. E’ la quantità, di vittime, di errori, di peccatori “sporchi, raffreddati, tesi e spaventati, nell’attesa d’esser traghettati, presi e giudicati ”, a scandire i secondi della traccia, molto più esplicita della precedente, che lentamente ci conduce all’irrecuperabile.

Giunti a destinazione, è Minosse ad accogliere i dannati, afferrandoli e indirizzandoli al rispettivo cerchio ove scontare l’eterna colpa. Inizia, ufficialmente, il viaggio tra i cerchi.

“La bestia mi risputa fuori insieme ai miei dolori, ruota la coda su se stesso e valuta i miei errori
Io che annusavo i suoi capelli, raccoglievo i fiori, sarò costretto per l’eterno a non sentire odori”

È però tra i lussuriosi, spinti in eterno da forti venti, che si nasconde la perla del disco: Paolo e Francesca non è solamente la storia dei due amanti, ma una canzone d’amore tra i peccatori. La voce di Giuliano Palma e un testo magistrale rendono la traccia da brividi, descrivendo alla perfezione quel briciolo d’amore presente in un luogo dove di tale sentimento non vi è più traccia. Inoltre, per la prima volta è Paolo a parlare, al contrario del poema, dov’è la bella Francesca a raccontare la storia di un libro galeotto.

“Resta con me, anche se non c’è domani, resti per me il migliore tra i peccati
Dopodiché, voleremo tra i dannati, persi dentro un cielo eterno
Al centro del nostro universo, io muoio di te”

Selva dei suicidi, XII canto: tra alberi dalle fattezze umane tormentati dalle arpie, è Pier Della Vigna a raccontare la sua storia, scusandosi con la sua famiglia per il peccato da lui commesso, facendo trasparire un briciolo di umanità nel dannato.

“Quindi mamma, scusa tanto, non sono felice, il mio cuore prende il largo da ogni sguardo ostileNella stanza, sul mio banco, all’alba giù in cortile, oggi non ci sono più, c’è un albero di vite.”

Continuando il viaggio, ecco che si palesano i Malebranche, demoni alati, antieroi, addetti al controllo dei fraudolenti immersi nella pece. La velocità del flow dei due artisti è paragonabile al movimento delle ali dei demoni, giustizieri e giudici al tempo stesso.

Successivamente, il duo ci presenta tre personaggi, seppur in ordine differente rispetto alla narrazione dantesca: il primo è il mitico Ulisse, reo di aver escogitato l’inganno del Cavallo di Troia e pertanto collocato tra i consiglieri fraudolenti, avvolti da lingue di fuoco nell’ottavo cerchio dell’Inferno. Il brano è incentrato sulla figura dell’eroe, seppur in chiave antieroica, ripercorrendone le vicende belliche e personali, dalla guerra al fedele cane Argo.
Poi è il turno della prostituta Taide, amante di Trasone, ruffiana e seduttrice: la sua condanna è camminare nuda, tormentata da demoni che la frustano continuamente. Il brano è malinconico, passa spesso dalla leggerezza della vita alla pesantezza della condanna, con alcuni passaggi metricamente impeccabili.

Arrivando al punto più basso dell’Inferno troviamo il sovrano Lucifero, principe dei dannati e incarnazione del male, intento a “maciullare Giuda, Cassio e Bruto”. Il dolore e la sofferenza trasudano da ogni parola, con numerosi riferimenti alla sfera dolorosa di cui il luogo è impregnato, poiché esso è la metà del viaggio nelle viscere dell’animo umano, nonché la massima soglia della dannazione. Ma Murubutu e ClaverGold, diversamente da Dante e Virgilio, non oltrepassano la porta dell’Inferno, piuttosto la contemplano.
Infine, nel buio dell’Inferno spuntano le stelle, e davanti ai due artisti si apre il Chiaro Mondo.

INFERNUM è un album particolare, un modo diverso per vivere la letteratura: ispirandosi al capolavoro dantesco, Murubutu e Claver Gold lo rispettano in forma e contenuto, ma aggiungono un pizzico di quotidianità, forse perché non siamo poi così distanti dalla visione del Sommo Poeta. Se l’intento di Dante era salvare quante più anime possibili dalla dannazione, quello dei due artisti è contagiare quante più anime possibili con la conoscenza.
Musica e parole, le stesse che erano terribili nell’Inferno, dopotutto sono ciò di cui la musica stessa è formata.