È successo di nuovo. Evidentemente non abbiamo imparato la lezione, Daniele Belardinelli è morto invano, e stavolta abbiamo perso tutti, contro inciviltà e razzismo..

Mai come ora è giusto e necessario fare un piccolo flashback, e analizzare gli avvenimenti con la massima imparzialità e oggettività, nonostante chi scrive si senta chiamato personalmente in causa, essendo appassionato di uno sport che troppo spesso dimentica di dover difendere valori quali il rispetto reciproco, la meritocrazia, l’unione, e non la stupidità e l’ignoranza.

I “protagonisti” di questa storia sono due: Milan e Lazio, i rispettivi giocatori e tifoserie.

Il casus belli è stata una dichiarazione di Francesco Acerbi, difensore della Lazio, che in un’intervista precedente alla sfida di San Siro valevole per il campionato di serie A ha dichiarato che, a livello di organico, i biancocelesti avevano poco da invidiare ai milanesi. A ciò è seguita la pronta risposta di Tiémoué Bakayoko, centrocampista del Milan, il quale sul suo profilo Twitter ha invitato Acerbi a risolvere la contesa in campo (“Ok, ci vediamo sabato”), scambio di dichiarazioni che lasciavano presagire una vera e propria contesa agonistica, in cui il migliore avrebbe trionfato, nulla di più.

Al triplice fischio dell’arbitro la contesa si chiude 1-0 in favore del Milan, gol di Frank Kessiè su calcio di rigore e, dopo il consueto terzo tempo, Bakayoko ed Acerbi si scambiano le maglie di gioco, in segno di amicizia. La situazione degenera, poiché lo stesso Bakayoko e Kessiè esibiscono la maglia di Acerbi sotto la curva sud, spicchio di San Siro dedicato ai sostenitori rossoneri, come un bottino di guerra, venendo però immediatamente fermati da alcuni compagni di gioco e rimproverati dal loro allenatore, Gennaro Gattuso. Nelle dichiarazioni post-gara Acerbi ed Immobile condannano il gesto, definendo i due calciatori del Milan “piccoli uomini che esibiscono la maglia di un campione”, precedendo di poco le scuse dei “colpevoli” per la loro bravata.

Il gesto, ovviamente, non è rimasto indifferente alla gogna mediatica, con la solita divisione di accusatori e giustificazionisti, ma soprattutto ha indignato la curva nord laziale, nota per non essere una tifoseria pacifista e moderata. Gli Irriducibili infatti sono stati spesso protagonisti di vicende che vanno ben oltre il calcio, sfociando infatti in vera e propria guerriglia filo-politica. Su tutti, due gesti hanno sconvolto l’intero panorama calcistico e non: la diffusione di immagini rappresentanti Anna Frank in maglia romanista poco prima del derby e l’impiccagione di manichini raffiguranti calciatori romanisti, accompagnati da un tetro striscione che invitava i tifosi giallorossi a dormire con la luce accesa.

Insomma, se non si fosse capito, gli Irriducibili seguono un’ideologia politica completamente opposta a quella dei cugini romanisti, vicina all’estremismo di destra e all’antisemitismo. Loro sono quelli che “i calci te li diamo sui denti”.

La parabola ascendente dell’ignoranza e dell’inciviltà tocca il suo culmine lo scorso 25 aprile, Festa della Liberazione, quando un convoglio di ultras della Lazio si recano a Piazzale Loreto per rendere omaggio a voi-sapete-chi, ottime premesse in vista di un secondo incontro tra le due squadre, stavolta valevole per la Coppa Italia, previsto per la sera stessa.

La partita ha visto trionfare 0-1 la Lazio, che quindi accede alla finale di coppa, ma chi ha perso davvero sono stati I cosiddetti tifosi laziali, mele marce che per novanta minuti hanno reso il clima nello stadio cupo e nervoso, condito da cori razzisti indirizzati soprattutto a Kessie e Bakayoko, paragonando i due calciatori di colore a scimmie.

A fine partita, Leonardo, DS rossonero, ha commentato la prestazione dei tifosi biancazzurri come puro gesto d’intolleranza ed inciviltà, invitando le autorità ad intervenire direttamente, anche con la sospensione della gara se necessario, e non sarebbe la prima volta (nel 2011, in occasione di un’amichevole tra Milan e Pro Patria, Kevin Prince Boateng abbandonò lo stadio in seguito ai cori razzisti contro di lui, provocando la sospensione della stessa).

La risposta dell’élite politica non si è fatta attendere. Il vicepremier Matteo Salvini infatti ha provato a sdrammatizzare sull’accaduto, commentando le parole di Leonardo come una provocazione, e che risulterebbe inutile sospendere le partite in caso di cori razzisti, poiché fomenterebbe solo altro odio. Il tutto mentre lo stesso Salvini si rende protagonista di commenti su Twitter sulle prestazioni della sua squadra, il Milan, che spesso hanno infastidito l’allenatore rossonero Gattuso, che lo ha apostrofato consigliandoli di rimanere fedeli ai suoi impegni. In sintesi, il politico fa politica, l’allenatore allena, e ognuno sta al suo posto.

È possibile che un modesto allenatore calabrese faccia la morale al Ministro dell’Interno? Sì, ed è raccapriccianti, non per le parole di Gattuso, ma per l’incapacità di un uomo di politica di gestire delicate situazioni.

È possibile che nel 2019, dopo anni di battaglia al razzismo, si cada ancora in sfottò beceri e commenti intolleranti? Sì, ed è opinione comune che le mele marce vadano buttate nell’immondizia, e non abbiano accesso agli stadi, o agli eventi pubblici, altrimenti si rischia di mescolare sostegno ed intolleranza, e per ogni passo in avanti, se ne fanno tre indietro.

Ripartiamo dai BUU, non i soliti, ma quelli dell’iniziativa dell’Inter, dove lo sfottò razziale diventa Brothers Universally United, e diamo un calcio come si deve all’ignoranza.

Perché c’è sempre bisogno di un po’ d’umanità in più, anche sui campi di calcio.