La Turkcell SuperLig è il massimo campionato di calcio turco. Fondato nel 1959, è però a partire dagli anni ‘90 che il livello qualitativo del calcio giocato è arrivato agli occhi degli appassionati di mezz’Europa, successo dovuto non solo alla capacità dei club turchi di sfornare continui talenti come Hakan Calhanoglu, in forza al Milan e Cengiz Under, esterno d’attacco della Roma, ma anche grazie all’attiva partecipazione dei tifosi turchi che si sono gradualmente innamorati di questo sport.
Ed è proprio in quegli anni, più nello specifico nel 1990, che ad Istanbul viene fondato un nuovo club, scomodo rivale delle già note e potenti Fenerbache, Besiktas e Galatasaray, di proprietà del Ministero Turco per la Gioventù e lo Sport: l’Istanbul Basaksehir Futbol Kulubu, semplicemente (più o meno) Basaksehir, club che dopo continui sali-scendi tra la Serie A e B turca si è inserita nella top-5 di club turchi più validi, potendo contare anche sul supporto di giocatori, turchi e non, di notevole qualità ed esperienza, arrivando a qualificarsi anche per l’Europa League, la seconda massima competizione per club europea.

Quella che sembra essere la storia di un miracolo sportivo nasconde però il legame con il fragile e complicato mondo politico turco, che ha un nome ed un cognome ben precisi: Recep Tayyip Erdogan, e il suo “amore” per il calcio ha, ovviamente, una doppia faccia. Perché una volta riposta la sciarpa blu-arancio del Basaksehir (nonostante il suo cuore battesse per il Kasimpasa, giusto per continuare con i nomi facili), è anche vero che l’exploit del Basaksehir è il risultato della propaganda turca made in Erdogan, con il preciso obiettivo di aumentare attraverso il calcio il monopolio su una città dal punto di vista sociale molto variegata, ma soprattutto monitorare costantemente gli oppositori, politici e non.
I tifosi di Fenerbache, Galatasaray e Besiktas, con questi ultimi a capo, sono infatti i capofila dell’opposizione al governo nazionalista di Erdogan, supportato o addirittura venerato dagli ultras del Basaksehir, filonazionalisti, islamisti, violenti e dal nome leggermente patriottico, Gruppo 1453, in riferimento alla conquista di Costantinopoli da parte di Maometto II e al conseguente crollo dell’Impero Bizantino.

Lo stesso Erdogan non è di certo il primo a calmare le acque: sono numerose infatti le manifestazioni di “fedeltà” organizzate dal club in onore del capo del Governo, il quale ha ben pensato di nominare un suo fedelissimo, Goksel Gumusdag, presidente del club, puntando sullo sport come chiave mediatica per la sua propaganda, tant’è che il Basaksehir è soprannominato, ironicamente ma non troppo, la squadra del governo.

L’ampio processo di sponsorizzazioni che ha portato industrie turche e non a collaborare con la società (Turkish Airlines e Vodafone su tutti) non ha però offerto i risultati sperati: lo Stadio è sempre più vuoto, con una media che si aggira intorno alle duemila anime, in una stagione che ha visto il Basaksehir arrivare secondo in classifica. Numeri che nei principali campionati europei si vedono a malapena in terza/quarta divisione, e che sono ancor più raccapriccianti se consideriamo che lo stadio Basaksehir Fatih Terim (autentica leggenda del calcio turco che per uno strano del destino oggi allena il Galatasaray, non proprio i migliori amici di Erdogan) può contenerne oltre diciassettemila.

Le chiavi del tonfo erdoganiano sono sostanzialmente tre: la prima, prettamente economica e sociale, è l’errore dell’aver investito nel momento sbagliato ma soprattutto sul prodotto sbagliato: anziché valorizzare il pittoresco quartiere in cui nasce la squadra si è voluti puntare sul riportare in vita un corpo morto, una società fallita nel 2014 al puro scopo di produrre utili, ma invano. La seconda rimanda alle errate scelte sportive: il Basaksehir è infatti la squadra con la età media più alta di tutta la Super Lig superando i trent’anni, potendo contare sul supporto di giocatori esperti ma dal curriculum ampio come Robinho (35), Clichy (33) Adebayor (35) e Emre Belozoglu (38) attirati dalla prospettiva di concludere la loro carriera calcistica in una squadra che non aveva molto da chiedere, ma soprattutto gonfiando il loro conto in banca a suon di milioni.

Ma quello che probabilmente è il vero buco nell’acqua della gestione Erdogan non può che essere il voler trasformare una squadra di calcio in uno strumento di propaganda politica, che a prescindere dalla bandiera sventolata è comunque sbagliato. L’attuale capo del governo turco non è proprio il miglior amico della libertà, le manifestazioni delle opposizioni sono sempre più frequenti, e tra le loro fila i giovani sono in costante aumento, fomentati anche dall’astio che sta lentamente spostando la bagarre politica su un campo di erba sintetica. Perché forse la Turchia è semplicemente stanca dei soprusi di un leader dispotico e intollerante, stanca di un isolamento sempre più intollerabile, di un futuro che si fa sempre meno sicuro e affidabile. E poco importa se il Galatasaray abbia battuto proprio il Basaksehir “condannandoli” al secondo posto, quando le luci dello stadio si spegneranno sarà di nuovo tempo di contrasti, tempo di scontri e di repressione, le uniche bandiere che sventoleranno saranno quelle di chi difende la libertà e chi fa di tutto per eliminarla, anche dai campi di calcio.