Ventitrè anni.

Questa è l’eta che aveva lo scultore Gian Lorenzo Bernini, quando da un blocco di marmo, freddo e sterile, cacciò fuori una delle più importanti sculture mai prodotte nel panorama Italico.

Fu solo nel 1908 che lo Stato Italiano acquistò l’opera, per collocarla nella famosissima Galleria Borghese di Roma.

Bernini infatti scolpì l’opera su commissione del cardinale Scipione Borghese, che successivamente la diede in dono a Ludovico Ludovisi, col risultato di far passare la scultura da una villa all’altra.

Secondo la mitologia, Proserpina, figlia di Giove e Cecere, fu rapita da Plutone mentre raccoglieva dei fiori al lago di Pergusa (Enna).

Straziata dall’accaduto, Cecere (dea della fertilità e delle messi) abbandonò i campi, lasciando gli uomini in preda ad una grande carestia.

Fu solo grazie alla mediazione di Mercurio, che Giove potè accordarsi con Plutone, per far sì che Proserpina ritornasse con sua madre nei mesi primaverili, tornando nell’Ade con Plutone durante l’inverno.

L’opera quindi non parla solo di un ratto, di un gesto passionale e carnale, ma è una vera e propria dedica al ciclo delle stagioni.

Insieme al sentimento, dunque, c’è qualcosa di più, qualcosa di divino.

Plutone è raffigurato con scettro e corona, mentre le tre teste di Cerbero guardano in tre differenti lati, in allerta.

Poco riesce ad opporsi la dolce Proserpina, colta nell’attimo fatale, quasi a farci sperare che la mitologia dica il falso, o possa in qualche modo cambiare l’esito dell’evento.

Bernini aveva ventitrè anni nel 1621, ed è fantastico anche solo pensare al genio, alla dedizione e alla minuziosità che si cela dietro un’opera di questo calibro.

La mano di Plutone che afferra la coscia di Proserpina è simbolo dell’Eros ancora oggi, a distanza di quasi cinque secoli.

Sebbene sia una scultura di riferimento per i giovani amanti, non c’è amore in quest’opera, perlomeno non un amore etereo, simbolico.

Nella sua grazia, il Ratto di Proserpina è un’opera d’arte violenta, che scuote l’osservatore, come le vecchie storie scuotevano i Pagani.