“La funzione legislativa è esercitata collettivamente dalle due Camere”. L’articolo 70 della Costituzione è quanto mai chiaro: il potere legislativo spetta nel nostro ordinamento ai due rami del Parlamento. Eppure, nonostante la sua semplicità, la norma viene continuamente disattesa; se non nella forma, quantomeno nella sostanza.

La decadenza dell’istituzione-Parlamento ha origini lontane, con ogni probabilità risalente a Tangentopoli e all’intera distruzione della classe politica della prima Repubblica. Da quel momento, si è assistito ad un complessivo scadimento del dibattito politico; a farne le spese, principalmente, l’assemblea legislativa: da luogo naturalmente deputato alla discussione ed approvazione delle leggi, si è trasformata in un’istituzione vuota, riempita di soggetti ai cittadini sconosciuti, il cui unico compito è quello di assecondare le volontà del rispettivo partito. Emblema ne è la ciclica discussione sull’abrogazione dell’articolo 67 della Costituzione, un piccolo gioiello dei costituenti, i quali statuirono che “ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato.” Abrogazione che, seppur non priva di logica, avrebbe una portata giuridica complessiva di tutta rilevanza: trasformare il singolo parlamentare, in principio libero nell’esercizio delle funzioni per le quali è stato eletto, in un mero esecutore delle volontà del partito, privo della possibilità di mostrare un qualsivoglia tipo di dissenso.

Il vuoto lasciato da questo nuovo Parlamento-ombra è stato colmato dalle altre istituzioni della Repubblica: in primo luogo il Governo, sempre più guida unica del Paese, il cui compito a tutti gli effetti è ormai anche quello di legiferare; basti pensare alla quantità sconvolgente di decreti legge, strumenti di iniziativa governativa che dovrebbero essere adottati solo in casi di straordinari di necessità e urgenza, che ogni anno viene prodotta; si è così passati, senza particolare scandalo, da una “urgenza del provvedimento” ad una incondizionata “urgenza del provvedere” con decreto. In secondo luogo, dal Presidente della Repubblica, il cui ruolo è andato fortemente rafforzandosi nel corso degli ultimi anni: rifiutare la nomina di un ministro perché pericoloso per la salvaguardia del risparmio degli italiani, comunque la si pensi, non è un’ingerenza da poco; come non è di poco conto ratificare una legge di bilancio approvata dal Parlamento esclusivamente per evitare i pericoli dell’esercizio provvisorio. Infine, la Corte Costituzionale, creata come organo tecnico-giuridico di chiusura del sistema, a tutela di regole e principi espressi nella nostra costituzione, che nel tempo ha fortemente esteso la propria ingerenza, non solo giuridica ma soprattutto politica. Emblematico è il percorso tramite cui la Corte è giunta a dichiarare l’incostituzionalità della legge elettorale Calderoli nel 2014: nonostante i costituenti avessero lasciato volutamente uno spazio bianco in Costituzione, per permettere al Parlamento di scegliere in autonomia, spinta da un’inerzia decennale dell’organo legislativo, la Corte si è vista costretta ad intervenire, con una decisione che ha tutto di politico, e molto poco di giuridico.

Si arriva così al presente, in cui la tradizionale separazione dei poteri prevista dalla Carta Costituzionale è totalmente alterata. Il tema delle riforme costituzionali è stato ampiamente affrontato in tempi recenti; sembra però emergere una tendenziale ritrosia dei cittadini ad accettare cambiamenti radicali, come ampiamente dimostrato dai risultati referendari del 2006 e del 2016: vuoi per eccessivi personalismi, vuoi per minacce di fantasiose dittature, vuoi per proposte di modifica discutibili. Ma l’esautorazione del Parlamento resta, anche in materie espressamente ad esso affidate dalla Carta Costituzionale: simbolo è la legge di bilancio 2019, non soltanto approvata con l’ormai classico binomio maxi-emendamenti/questione di fiducia, ma addirittura senza che i parlamentari (al Senato) fossero effettivamente al corrente dei contenuti della legge. Una sorte di approvazione a scatola chiusa, senza precedenti, totalmente lesiva della procedura espressamente prevista dall’articolo 72 della Costituzione.

Nuovi spunti di riforma costituzionale sembrano arrivare dalla maggioranza di governo. Se la Lega ha intenzione, per il futuro, di riproporre una nuova riforma costituzionale di stampo presidenziale, il ministro per i rapporti con il Parlamento e la democrazia diretta, il pentastellato Fraccaro, ha nella sua immediata agenda politica una riforma limitata, che andrebbe a toccare temi da sempre caldi per il Movimento 5 Stelle: la riduzione del numero dei parlamentari, l’abbassamento della soglia del quorum per la validità dei referendum abrogativi, l’introduzione del referendum propositivo e la valorizzazione delle proposte di legge di iniziativa popolare. L’obiettivo non sembra però quello di riaffermare la centralità del Parlamento: al contrario, tutte le misure spingono per un forte sviluppo della democrazia diretta, coerentemente con la storia e il dna del Movimento; sviluppo che sembra giustificato e avvalorato dalla diffusione dei mezzi di condivisione e di informazione nell’era digitale. In particolare, è in forte aumento l’utilizzo dei social network da parte dei leader politici, come potente strumento per rafforzare il proprio consenso diffuso.

Manca, invece, una visione sul futuro del Parlamento e sulla sua ragion d’essere. Sarebbe sicuramente necessario riflettere sul concetto di rappresentanza e sulla sua fondamentale importanza nelle strutture giuridiche degli ordinamenti liberal-democratici moderni: in particolare, gli sforzi dovrebbero volgersi a ricucire quel rapporto tra cittadini e propri rappresentanti, la cui mancanza è all’origine della crisi dell’organo legislativo, dando nuova linfa ad una effettiva rappresentanza democratica. Il rischio è però quello di proseguire nella sostanziale inerzia di questi anni, che comporterebbe un irreversibile declino dell’Assemblea legislativa. Al punto da chiedersi se avrebbe senso parlare ancora dell’Italia come una Repubblica parlamentare.