Ora che il 2018 volge al termine è giunta l’ora di trarre le conclusioni circa le tendenze che hanno dominato questo anno. Senza elencare il podio intero, la medaglia d’oro va senza dubbio allo Streetwear, letteralmente il “vestire da strada”. Se fino al 2014-15, con questo nome si intendeva lo stile dei rapper, con felpe e pantaloni larghi,cappello snapback girato e DC shoes ai piedi, oggi la cosa è completamente diversa. Un rapper, per lo meno italiano, degli inizi 2000, mai si sarebbe immaginato di vestire capi di alta moda come Fendi e Gucci, in quanto la street credibility non si difendeva a suon di borselli e scarpe dal dubbio gusto estetico. Allora sorge spontanea la domanda:” Cos’ha indotto i rapper a rivoluzionare completamente vestiario?”.

La visibilità, ecco la risposta principale. Ovviamente dal 2000 al 2006 (anno dell’album Tradimento di Fabri Fibra massicciamente sponsorizzato in radio e su emittenti televisive) il rap era visto come l’heavy metal nei ’70, ovvero musica dei derelitti, degli emarginati, dei denunciatori sociali, di conseguenza la visibilità concessa dai media e dalle case discografiche era nulla. Col 2006 qualcosa è cambiato in quanto artisti come il già citato rapper marchigiano Fabri Fibra, al secolo Fabrizio Tarducci e il rapper milanese Marracash che poco dopo pubblicherà l’album omonimo, si imporranno nella scena musicale mainstream, ponendo le basi per l’odierno rap e i suoi sottostili. Come potete vedere nella foto sottoposta, lo stile era quello già citato,ovvero felpe e pantaloni larghi.

Fabri Fibra nel 2007 in maglietta WESC e scarpe Nike Jordan 1

Il cambio di visibilità ha portato al fenomeno fisiologico di aumento dell’attenzione, non solo da parte del pubblico, ma anche del mondo della moda. Gli artisti rapper sono divenuti dei veri e propri influencer, in quanto ogni singolo capo vestito da loro subiva un’impennata delle vendite. Questi artisti sono divenuti anche protagonisti di campagne pubblicitarie, il già citato Fibra testimonial di Adidas, Fedez ultimamente protagonista nello spot Samsung e addirittura Salmo protagonista con la Durex. 

Ora proviamo a ripercorrere l’evoluzione modaiola attraverso i testi degli mc’s. 

“Sul Colle zero rave zero gabber soltanto B Boy” (Solo Hardcore, 1996 Colle Der Fomento). Sul finire degli anni ’90, quando quello che definiamo Old school Hip-Hop, raggiunse l’apice del suo successo, non era insolito imbattersi nei testi in frecciatine nei confronti di altre culture underground, in questo caso i CDF, storico collettivo romano, rispondono ai gabber, quella sottocultura giovanile dedita ai rave party. La differenza sta anche nel vestiario, di fatti i gabber sovente vestono Sergio Tacchini, Fila, Diadora e Kappa.

 Ecco una foto:

Nel 2003, invece, i Club Dogo nel loro storico album Mi Fist scrivono in Selezione all’Ingresso:

Zero roba boy band, vestiti con Helmut Lang, Io indosso jeans Mecca e nel weekend in discoteca 

      […]

Ho una scritta Ecko un rinoceronte sul torace

Quindi non entro in una camicia di Gianni Versace

Tipo quelle con accessori, oro zecchino

Che faresti meglio a dargli fuoco con un accendino”

Questa è solo una strofa della canzone, ma i riferimenti alla moda sono davvero presenti in tutta la traccia, di cui consiglio vivamente l’ascolto. Il pezzo è esemplare per identificare al meglio la cultura Hip-Hop dei primi duemila, in cui un avvicinamento tra scena rap e cultura modaiola era impossibile. Le due realtà parlavano un linguaggio totalmente differente, incomprensibile le une alle altre. Piccola nota di testo: il rinoceronte con la scritta Ecko identifica una marca di vestiti nota come Ecko Unlimited, molto in voga tra i fine ’90 e inizi 2000. Eccola qui:

Analizziamo un’altra strofa presente nella traccia Il mio Mondo, le mie regole dei Club Dogo contenuta in Dogocrazia, album del 2009.

“Da sbarbato la para dei vestiti di marca

 Ora li mando io in para dal cappello alla scarpa”

Qui i Dogo affermano con forza quanto detto da me in precedenza: ormai sono loro che fanno la moda in quanto le loro scelte hanno ripercussioni nel mercato, cosa che non accadeva di certo ai tempi di Selezione all’Ingresso.

Club Dogo in un set fotografico per l’album Dogocrazia (2009).

Col successo nel 2010 di Emis Killa, il quale sale alla ribalta con l’album Champagne e Spine, viene introdotto nell’immaginario comune una nuova sottocultura Hip-Hop: lo Zarro.  

Emis Killa, all’anagrafe Emiliano Giambelli, nato a Vimercate (MB) nel 1989 si definiva orgogliosamente “zarro”, ovvero un ragazzo di provincia la cui unica passione era la musica, spesso techno. Ovviamente gli zarri hanno portato un modo del tutto innovativo di vestire, caratterizzato soprattutto da foulard policromi, come in foto:

Fotogramma tratto dal video della traccia “Tagli” di Emis Killa ed Entics (2011)

Nel 2013, mentre l’avvicinamento tra rap e moda stava facendo il suo corso, i Colle Der Fomento fanno uscire il loro singolo “Sergio Leone”, e guardate come erano vestiti:

Esattamente, erano perfettamente coerenti rispetto a quello che era il vestiario nei fine ’90, da notare soprattutto il cappello da pescatore della Kangol, noto marchio reso noto anche dal gruppo hip-hop newyorkese De La Soul. Un vero e proprio ritorno alle origini, programmatico di ciò che sarà il contenuto dell’album Adversus(2018). 

Nel 2015, Fabri Fibra ritorna sulle scene con l’album Squallor e nella traccia “Cosa avevi capito?”, cita numerose firme dell’alta moda,  ciò rispecchia la chiara sintomatologia del cambiamento epocale che si sta avendo.

“Questi capiscono moda, Questi capiscono Prada,

Questi capiscono club, Questi capiscono Gucci”

Il rapper di Senigallia, ci chiarisce meglio un fenomeno che nel 2015 era agli albori, ovvero la sfrenata volontà di apparire sempre meglio e sempre più firmati.

Un anno dopo, nel 2016, Emis Killa incide l’album “Terza Stagione” e nella traccia “Dal Basso”, prova a dare una spiegazione personale alla ricerca del capo migliore e anche costoso.

“Capo del rap, la mia umiltà non c’entra niente coi capi firmati se spendo 2 pali da Gucci, è perché da bamboccio giravo con gli abiti usati”.

Qui, il rapper lombardo ci spiega come la scelta dell’abito firmato sia anche una rivalsa personale, giacché nell’infanzia soleva vestire abiti usati. Infatti, “palo” in gergo milanese indica un milione delle vecchie lire, equivalente a circa cinquecento euro di oggi. 

Di tutt’altro avviso è il rapper e producer milanese Bassi Maestro, all’anagrafe Davide Bassi, vera e propria pietra miliare dell’Hip-hop italiano, con una carriera pluritrentennale alle spalle. 

Nel singolo “Pokoflow” del 2017, l’mc descrive una scena rap totalmente immersa nel mondo della moda, la quale ha dimenticato come fare musica smarrendone qualsiasi tipo di finalità. L’artista racconta di una musica vuota di contenuti, destinata a bambini in cerca della sigla da cartone animato. 

Vesto ancora da uomo

Guè siamo rimasti in due

Sta roba della moda, è chiaro, vi sfugge di mano”

Addirittura, il rapper milanese, definisce l’odierna scena trap, come un crogiuolo di prime donne. La citazione a Guè Pequeno è riferita ad una strofa di quest’ultimo contenuto nella traccia Disgusting in collaborazione con Ernia. 

Comando ancora sto suono

Ma mi vesto ancora da uomo”. 

Fotogramma dal video ufficiale di “Pokoflow”

15 novembre 2017, una data che per molti non significa nulla, ma per gli amanti dello streetwear è abbastanza significativa. Di fatti, esce il video della canzone Thoiry rmx di Quentin 40 con Achille Lauro, Boss Doms e Gemitaiz. Ad inizio video si scorge questa scritta:” POWERED BY MARCELO BURLON”. E ora chi è questo Marcelo Burlon? E perché menzionarlo in caratteri capitali ad inizio video?

Marcelo Burlon nasce in Argentina, ma si trasferisce molto giovane in Italia, dapprima nelle Marche per poi spostarsi a Milano. Qui è in contatto con i personaggi più influenti della movida meneghina.

Nel 2012 si butta nel mondo dell’imprenditoria, inventando delle stampe molto accattivanti, per magliette che vanno letteralmente a ruba. Da qui iniziala scalata inarrestabile verso il successo, e questo video musicale ne è certamente l’apice, che ne sancisce prepotentemente la notorietà. 

Marcelo Burlon mentre indossa un capo con una stampa classica di

County of Milan.

Nell’estate del 2018, il rapper e producer Gionni Gioielli pubblica il concept album Young Bettino Story, dove la figura dello statista Craxi diviene l’ ispirazione per le rime. Gioielli esplora a ritroso tutto il mondo degli anni ’80 e ciò lo si evince sin da subito, dal titolo dei brani. 

Interessante per la nostra analisi una rima contenuta nel brano “Giovanni Spadolini”.

“Non Aventador ma Lamborghini Diablo

 Collezioni Louis Vuitton giù con Virgil Abloh”.

Tralasciando le differenze tra un’Aventador e una Diablo, chi diamine è Virgil Abloh? Abloh è probabilmente il più importante stilista di streetwear, che prima di entrare in Louis Vuitton, nel 2009 mentre era in Fendi riceve una chiamata dal rapper Kanye West per divenire direttore creativo per la sua agenzia DONDA.

Nel 2012 Abloh lancia la sua prima boutique “Pyrex Vision”, (di cui noi italiani ne abbiamo fatto un brand), e acquista dalla nota casa di moda Ralph Lauren uno stock di magliette per $40 l’una, rivendendole poi

customizzate per 550 dollari al pezzo. Il 2013 è l’anno della svolta e fonda Off-White, azienda tutt’oggi  leader nel mondo dello streetwear, che in pochi mesi si impone all’attenzione del grande pubblico, i Millenials. Da qui inizia un periodo roseo, che lo porterà a collaborare con numerosi artisti, come Rihanna e A$AP Nast. Nel marzo del 2018 viene per l’appunto nominato direttore artistico di LV.

In foto: Virgil Abloh indossa un capo con il classico logo Off-White. 

Nel novembre del 2018, il rapper Salmo pubblica il suo album Playlist e nel pezzo Stai Zitto assieme a Fabri

Fibra, il rapper marchigiano dice:” Sono fan di questa moda di mixare i brand. Ho provato a far lo stesso con i nomi delle band “.

Qui, l’artista di Senigallia sottolinea il fenomeno delle collaborazioni tra brand. Basti pensare che la Off-White di Abloh ha collaborato con Ikea, Nike, Umbro, Vans, Moncler e anche altro. Lo storico brand Supreme NYC ha collaborato con LV, Nike, Vans, Lacoste e tanti altri. Non solo, la Supreme produce davvero articoli di ogni genere, persino le pale per scavare!

Jordan 1 x Off-White, una delle scarpe più ricercate dai collezionisti. 

Per concludere è curioso pensare come un genere musicale nato dalla disperazione sociale e dalla povertà di una casa popolare, possa ora fruire di capi street, ormai divenuta alta moda, i quali i prezzi oscillano dai tre zeri in su.