Mentre in Italia tutte le notizie si concentrano sull’emergenza sanitaria che il paese sta vivendo, nel resto del mondo le problematiche sono molteplici. Questo è il caso del Libano, stato del Medio Oriente trafitto da anni di guerra civile dal 1975 al 1990 e poi continui conflitti e attacchi terroristici fino ai giorni nostri. Non solo, dal 2011 con lo scoppio del conflitto in Siria, sono stati riacuiti antichi contrasti tra la fazione sciita e quella sunnita (maggioranza nel Paese).

La prima, plasticamente rappresentata dall’organizzazione Hezbollah, appoggia militarmente nel conflitto siriano il governo di Bashar al-Assad mentre la seconda si pone a sostegno dei ribelli. Non bisogna certo dimenticare la massiccia presenza di cristiani nel Paese, che prima della migrazione dei palestinesi avvenuta con la creazione dello Stato d’Israele, costituiva più della metà della popolazione. La tendenza pluriconfessionale è visibile nell’ordinamento dello Stato che prevede un Presidente della Repubblica cristiano maronita, un Presidente del Consiglio mussulmano sunnita e un Presidente del Parlamento mussulmano sciita.

Queste divisioni nette e marcate, sancite nel 1943 e poi ribadite con gli Accordi di Ta’if del 1989, hanno generato negli anni corruzione diffusa e una logica settaria difficilmente estirpabile. Con il coinvolgimento nella guerra civile siriana si aggravò una già complessa crisi economica, dovuta all’inflazione e ad un rapporto debito/PIL del 151%.

La recessione economica e la carenza di dollari, valuta alla quale è ancorata la lira libanese, hanno contribuito nel 2019 all’adozione di misure di austerity da parte del governo di Saad Hariri, per diminuire il disavanzo pubblico. Le misure varate dal Presidente Hariri consistevano nell’aumento dell’IVA del 2% entro il 2021 e un ulteriore 2% dal 2022. Vi erano inoltre misure volte a stabilire un costo minimo per le chiamate effettuate tramite l’utilizzo di una connessione internet, come quelle di WhatsApp. Ad ottobre dello stesso anno le proteste si accendono e prendono per l’appunto il nome di WhatsApp Revolution. 

I manifestanti protestano per una situazione economica divenuta insostenibile e una classe politica che appare come corrotta e sempre più separata dalla realtà; a tal proposito risultano esplicative le dichiarazioni del Presidente della Repubblica Aoun: “Se pensano che all’interno dello stato non ci siano persone integre con cui dialogare, che emigrino pure”. 

Inizialmente le manifestazioni in piazza portarono il governo a ritirare le misure, cercando di ottenere quel denaro necessario per rimodulare il debito pubblico negli sperperi della pubblica amministrazione. Le nuove riforme proposte sono state ritenute insufficienti, le proteste si fecero più veementi e il 29 ottobre del 2019 il Primo Ministro Hariri rassegna le dimissioni.

Verrà sostituito a metà dicembre dall’ingegnere Hassan Diab. Il cambio di guida però non porta i frutti sperati e ad inizio marzo 2020 il neopresidente Diab è costretto ad ufficializzare il default del suo Paese, come avvenne in Grecia nel 2011 e più recentemente sta avvenendo in Argentina. Nel mese di marzo il rapporto debito/PIL dello Stato dei Cedri raggiunge il 170%.

Lo scoppio della pandemia di Coronavirus non ha certamente sopito le istanze dei manifestanti, tutt’altro. Mentre il Presidente della Repubblica Aoun, i primi giorni di aprile, faceva appello “All’unità nazionale” per salvare il paese, i manifestanti si sono riorganizzati e nonostante l’isolamento causa covid, indossando mascherine e guanti hanno continuate le proteste con un certo ardore.

Le banche, simbolo per antonomasia della stagnazione economica sono state prese d’assalto, e l’esercito ha iniziato a sparare ad altezza d’uomo provocando numerosi feriti e una vittima accertata nella città di Tripoli, la seconda per importanza dopo la capitale Beirut. Si pensava che il covid potesse in qualche modo congelare le rivolte e gli animi dei manifestanti, al contrario l’emergenza sanitaria si sta rivelando un catalizzatore delle proteste.

Ad oggi vi è il serio rischio che in conseguenza alla crisi economica che si prospetta (nella sola Italia il PIL potrebbe diminuire del 9,5%) si possa creare una crisi sociale inedita per le società occidentali.