Nel mezzo del cammin di nostra vita

mi ritrovai per una selva oscura,

chè la diritta via era smarrita.

Ahi quanto a dir qual era è cosa dura

esta selva selvaggia e aspra e forte

che nel pensier rinova la paura!

(I canto- Inf., Divina Commedia, Dante Alighieri)

Questi sono i celeberrimi versi che hanno consacrato Dante Alighieri nel ruolo di poeta nazionale che tutt’oggi detiene, ineguagliato. Versi conosciuti globalmente, anche da chi non possiede una particolare propensione letteraria; versi che hanno risuonato in ogni parte del mondo, ispirando piccoli e grandi personalità. Tra di esse figura il poeta e pittore inglese William Blake, vissuto tra ‘700 e ‘800 ed esponente del romanticismo inglese che proprio negli stessi anni stava raggiungendo l’acme. Personalità eccentrica a tal punto che fu considerato pazzo dai suoi contemporanei, Blake in realtà era dotato di una particolare sensibilità e di un’incontenibile ansia d’espressione che, come è avvenuto per molti artisti, sono state comprese solo a posteriori, quando a parlare non è più la voce di un uomo fuori dalla norma, ma solo il suo lascito di inestimabile valore, tra poesie, incisioni e disegni. 

«L’immaginazione non è uno stato mentale: è l’esistenza umana stessa.» scrisse Blake. Effettivamente il poeta londinese farà dell’immaginazione il suo faro sugli oceani, convinto che l’uomo vive limitato dai suoi cinque sensi e solo l’immaginazione può spalancargli le “porte della percezione” e permettergli di abbracciare l’infinità che è propria di tutto ciò che lo circonda.  Intriso di romanticismo e misticismo, Blake vivrà il suo momento epifanico quando incontrerà John Flaxman che diventerà il suo mecenate. Il protettorato dello scultore inglese sintetizzò appieno l’unione di due massimi ingegni, l’Arte e la Letteratura: infatti Flaxman realizzò illustrazioni dell’ “Iliade”, dell’ “Odissea” e soprattutto della “Divina Commedia”, così come farà a sua imitazione Blake. 

 Illustrazione di John Flaxman: Lucifero fagocita i traditori dei benefattori

Nel 1824 il pittore John Linnell commissionò all’ormai quasi sessantenne William Blake la realizzazione di un progetto ardimentoso che lo vide impegnato fino al suo ultimo anelito: illustrare l’Inferno dantesco per trarne una serie di incisioni. Le rappresentazioni oltremondane infere non furono per lui una novità in quanto aveva si era già cimentato nelle illustrazioni per il “Paradiso Perduto” di Milton:

“Milton mi amò quando ero bambino e mi mostrò il suo vero volto.”

Non c’è da stupirsi se le opere artistiche di Blake ci mostrano zone inedite, buie e peccaminose oltre le soglie dell’inimmaginabile; sono frutto di deliri e visioni che lui stesso dichiara di avere: l’idea dell’artista invasato nell’atto creativo del resto non è novella, ma radicata nella cultura classica madre di tutte le altre culture, quella greca, che trova nello “Ione” di Platone una sua sintomatica applicazione. 

Satan Watching the Endearments of Adam and Eve”(1808)

 Blake rielaborò il ruolo di Satana che nel poema miltoniano assume una posizione centrale, mentre nelle sue illustrazioni è secondario: il centro è occupato da Adamo ed Eva, quasi in un’unione iperbolica dalla quale tutto è escluso, persino il Male supremo. “Mistico” è la parola chiave, mistico come ogni legame umano e non. 

Stessa ansia di rappresentazione e al contempo di contestazione pervase le illustrazioni della Divina Commedia. Blake infatti non fu affatto un passivo assorbitore dell’autorità dantesca, ma polemizzò sul macabro umorismo con cui Dante sembra assegnare le pene ai dannati (anche se ne condivide il disprezzo per il materialismo e la capacità del potere a corrompere gli animi). Effettivamente i peccatori di Blake mostrano terrore nello sguardo, disfacimento nel corpo, sono esseri gelatinosi privi di consistenza sia fisica che morale. 

Ma fino a che punto arrivò la passione mistica e artistica del visionario romantico? Quantitativamente non saremmo mai in grado di esprimerlo se non ammettendo il grave debito in termini di sensibilità che la sua morte ha lasciato, nel 1827. Tuttavia potremmo ben immaginarlo attraverso le parole del paesaggista Samuel Palmer, che nell’ottobre del 1824 scrisse: “Lo trovammo zoppo sul letto, con un piede ustionato. Nessun segno di inattività, nonostante i suoi 60 anni, ma intensa operosità su un letto ricoperto da libri sul quale egli sedeva, come un antico patriarca o un Michelangelo morente. Così, in quella posizione, stava realizzando, tra le pagine di un grande libro, i disegni più sublimi del suo (non superiore) Dante.

 L’arte è davvero imperitura, come l’anima di chi deposita sulla carta la prova della sua esistenza.