La vita è un dono prezioso, la vita è qualcosa di inspiegabile. Eppure il suo valore, è direttamente proporzionale alla velocità con la quale possono strapparcela dalle mani. Basterebbe un momento, attimi in apparenza lenti come in uno slow motion ma veloci quanto un battito di ciglia, e potremmo non esserci più. 

Basterebbe un giorno. Un giorno è più che sufficiente per eliminare vite con la stessa velocità con cui si colgono le margherite in un prato. 

Il 26 aprile 1937 fu più che sufficiente per radere al suolo parte della città basca di Guernica. C’erano macerie, c’era fuoco, c’erano urla strazianti probabilmente, c’erano vite che non sarebbero state più.

Una tragedia fatta in nome della strategia di guerra, per colpire tre fabbriche di armi e un ponte e uno snodo ferroviario importante, arrivò a colpire donne e bambini soprattutto infatti, come in ogni conflitto “che si rispetti” la maggior parte degli uomini si trovava al fronte. Loro, che stavano difendendo qualcosa che una volta tornati probabilmente, non ci sarebbe stato più.

Insomma una manifestazione di odio e distruzioni a cui assistettero tutti, potenti e non. Uno di coloro che rimase più intimamente coinvolto fu un celebre artista, eclettico e geniale. Picasso.

Lui che in quel periodo era conosciuto e quasi osannato in tutto il mondo, fu giudicato meritevole di realizzare un’opera per l’Esposizione universale di Parigi che, mostrasse al mondo lo splendore delle terre spagnole. Avrebbe potuto scegliere i soggetti più disparati, ma il suo cuore e il suo genio creativo scelsero Guernica, e tutto ciò che a quella cittadina era stato tolto.

Fu necessario un giorno soltanto per mettere in atto l’attacco dei tedeschi. E in due mesi il maestro spagnolo, regalò al mondo intero un quadro che esprimeva insieme, giustizia per quell’atroce barbarie e un monito dalla forza evocativa dirompente.

E così nasce questo olio su tela a cui viene dato il semplice titolo di “Guernica”, dalle dimensioni enormi di circa tre metri di altezza per otto di lunghezza. La composizione riprende ovviamente la tecnica cubista di cui il pittore andaluso era padrone quasi indiscusso. Quella che ci si presenta è una scena di disperazione, una disperazione causata dal dolore fisico ma anche e soprattutto psicologico. Scene e sentimenti che, bisogna osservare da destra verso sinistra, in quanto nella sua prima collocazione il quadro venne posto in una posizione strategica del padiglione spagnolo dell’Esposizione universale. Si trovava infatti in modo che entrando o uscendo, fosse sempre la prima o l’ultima cosa che veniva vista dagli osservatori.

Coloro che vi si approcciarono e vi si approcciano tutt’ora, osservano tutta una serie di personaggi che nell’ottica di Picasso, diventano espressione di un dolore non solo spagnolo ma universale. 

C’è una donna che tiene tra le braccia un bambino, probabilmente morto, gridando al cielo stremata che da molti è stata associata alla Madonna della Pietà di Michelangelo. E poi un soldato, non il classico eroe fiero pronto a fare qualunque cosa per difendere ciò a cui tiene, è già stato sconfitto e stringe tra le mani una spada spezzata. L’artista però non rappresenta un dramma solo umano, sono infatti riconoscibili un cavallo, sofferente tanto quanto le figure umane che lo circondano e un toro, il simbolo della fierezza spagnola che, diventa emblema di uno scempio tanto grande. Ma gli oggetti non sono da meno, la spada spezzata di cui ho già parlato o la lampada a olio stretta nella mano di una donna, metafora dell’involuzione sociale e tecnologica portata dalla guerra. 

Non meno carica di simbologia è la tecnica che viene utilizzata, le linee sono taglienti,vive quasi come se potessero ferire chi osserva con la stessa intensità delle bombe cadute su Guernica. E il colore, o meglio la sua assenza, è un’altra chiara metafora. Bianco, grigio e nero la fanno da padroni.

Tre nuances, le uniche a poter esprimere lo sgomento di fronte a tanto orrore.

Non bastavano e non bastano tutt’ora le parole per poter spiegare quello che Picasso osservò, come potevano farlo i colori? Tonalità come il rosso, acceso e vivace come il fuoco, o come il giallo, intenso quando il sorriso di qualcuno che amiamo, o come il blu, intenso come il mare. 

L’assenza di umanità, chiama l’assenza di colore. Chiama e necessita il nero.

«L’Olocausto fu vita senza luce. Per me il simbolo della vita è il colore…»

Da un quadro, dall’opera del genio di Picasso siamo passati ad un film. E questa in particolare è una citazione speciale di Spilberg relativamente al suo film “Schindler’s list”. Non so in quanti hanno avuto il piacere di vederlo, ma credo che ciò che hanno fatto questo regista e Picasso, sia piuttosto simile. L’unica cosa che dirò riguardo alla trama è che racconta la vita di Oskar Schindler, magnate tedesco che durante quello che verrà poi definito Olocausto si rende conto che salvare vite innocenti è forse il lascito più prezioso che possa dare all’umanità. 

Picasso e Spilberg, in due momenti diversi raccontarono dei tagli e delle cicatrici che l’uomo ha inferto a sé stesso e a coloro che gli stanno intorno.

Ed entrambi in due momenti diversi, scelsero di abbandonare il colore, perché nulla è in grado di  rendere l’assenza come il colore che ne è principe. Guernica perse il suo colore con quelle bombe tedesche, la pellicola del regista statunitense nel giro di cinque minuti perde si spegne di ogni tono vagamente acceso e vivace per lasciare il posto al bianco e al nero.

“Guernica” e “Schindler’s list” ci mostrano un’umanità persa, in cui ognuno di noi non avrebbe esitato a pugnalare il suo vicino. Tirano fuori tutto il nero che tingeva quei cuori egoisti e spaventati insieme, ma ci mostrano anche che in fondo non è tutto solo nero. E ce lo mostrano nel percorso di consapevolezza che intraprende Oskar Schindler, e nel fiorellino che in “Guernica” campeggia timido in mezzo a tutto quel dolore. 

Perché è vero che viviamo in un mondo che a mio personale parere è perso, visto e considerato che nelle relazioni, siano esse del nostro personale microcosmo o estese su ampia scala, spesso prevale una sorta di egoismo opportunista. Ma devo anche ammettere che a volte, siamo stati e siamo capaci di amare a livelli spropositati, e quando succede ci arriviamo un po’ come quel fiorellino dipinto da Picasso, lentamente ma in maniera travolgente, un po’ come il colore di un tramonto sul mare.