“Non esiste luogo in cui un uomo sia più felice che in uno stadio di calcio…”.

Albert Camus scrisse questa frase in uno dei suoi tanti saggi che gli fecero vincere il Nobel per la letteratura nel 1957, sintetizzando l’infinita varietà di sentimenti che accompagna dagli spalti ogni singola partita di calcio, indipendente dalla categoria cui essa appartiene, in un semplice tagliando di cartoncino.

Peccando di saccenza e di licenza poetico-giornalistica, mi permetto di aggiungere un paio di parole alla celebre frase di Camus “non esiste luogo in cui un uomo sia più felice che in uno stadio di calcio, se egli non rischia di rimetterci la pelle”.

Tristemente noto, è il binomio calcio-violenza, un’epidemia che si è diffusa in ogni singola nazione, e non mi riferisco ad interventi difensivi troppo irruenti, ma al triste spettacolo (che nessuno aveva richiesto) offerto dagli ultras, frange violente del tifo organizzato e, a mio modesto parere, la rovina di questo magnifico sport. La cronaca sportiva è, purtroppo, fitta di scontri tra tifoserie rivali o tra tifosi e organi di sicurezza, e troppo spesso il bollettino medico è raccapricciante, con numerosi feriti, anche di grave entità, vittime della stupidità mista a ragioni di stampo campanilistico, politico, xenofobo.

La politica è da sempre presente nelle curve degli stadi, anche se i vertici della stessa non hanno mai promosso tali atteggiamenti, piuttosto è stato unanime il coro di condanna dell’intera élite. Ultimo, in ordine di tempo, il vicepremier Matteo Salvini, accanito sostenitore del Milan, ha condannato aspramente gli eventi successivi a Inter-Napoli dello scorso 26 dicembre, partita del boxing day (dalla tradizione calcistica inglese, è quella giornata di campionata dedicata alle famiglie): la partita è stata segnata non solo dalle indiscusse qualità tecniche, ma da episodi di becero razzismo nei confronti di un atleta senegalese, Kalidou Koulibaly del Napoli, e da molteplici scontri all’esterno dello stadio nei quali un ultrà nerazzurro, Daniele Belardinelli, è rimasto ucciso, travolto da un suv.

La storia del tifo violento mette le proprie radici nell’intera Europa del secondo dopoguerra, con il diffondersi delle organizzazioni sportive e con il maturare delle cicatrici politico-sociali che il conflitto mondiale aveva lasciato. Nato in Italia, il movimento ultras si diffonde a macchia d’olio non solo in altre nazioni come Inghilterra, Jugoslavia, Germania, Francia, ma anche in sport come pallacanestro e pallavolo, seppure con meno impatto. È però nel Regno Unito che tale movimento sfocia in una nuova ideologia, quella degli hooligans, nella quale si fondono membri di vari stati della società (punk, skinhead) dando vita ad un triste fenomeno che raggiunge il culmine alla fine degli anni Ottanta, salvo poi crollare dopo la tragedia dell’Heysel.

Nella Jugoslavia degli anni ‘90, i campi da calcio divennero luogo e strumento di propaganda politica: in un contesto nazionale in dissoluzione, episodi di violenza tra squadre serbe e croate furono la triste anticipazione degli eventi bellici scoppiati poco dopo, su tutti la partita Partizan Belgrado-Dinamo Zagabria, nel 1990, sospesa dopo una manciata di minuti.

Oscar Wilde diceva che l’esperienza è il nome che diamo ai nostri errori, evidentemente nel calcio qualcosa è andato storto: uno sport che professa collaborazione e impegno non può tingersi di sangue.

A prescindere dalla squadra supportata, dal credo politico, dalla città di provenienza, non è possibile che un tifoso perda la vita assistendo ad una partita di calcio, alimentando di fatto il mare di stereotipi legati al tifo organizzato. Perché per ogni ultrà ci sono mille tifosi, per ogni scontro un’azione benefica.

Siamo tutti Kalidou Koulibaly, siamo tutti Daniele Belardinelli.

Perché siamo tifosi.

Perché questo calcio non ci rappresenta, le uniche lacrime versate dovrebbero essere di gioia.

Perché questo non è calcio, è la sua morte.