Auguste Rodin (1840-1917), I borghesi di Calais, 1889, 
fusione in bronzo, 231 x 245 x 103 cm, Calais

A piedi nudi, con gli abiti del martirio e un cappio intorno al collo: così Auguste Rodin, plasmando la materia, ci mostra l’eroismo.

I borghesi di Calais, infatti, è un imponente gruppo scultoreo che parla di dignità e umiliazione, di coraggio e paura, di speranza e disperazione, in esso, con una dialettica quasi hegeliana, tutto ciò che sembra stridere o scontrarsi si fonde in una perfetta sintesi di realtà. O meglio, di una delle tante realtà storiche che hanno esaltato le più nobili qualità degli uomini. 

Auguste Rodin, postosi al servizio dei cittadini di Calais, decise di raccontare un episodio emblematico risalente alla Guerra dei cent’anni, precisamente al 1347, in cui sei cittadini si offrirono in ostaggio alle truppe inglesi per salvare Calais, la propria casa, ormai stremata dall’invasione nemica. In seguito, la moglie del re Edoardo III, colpita dal gesto, li lasciò liberi.  

Ma non è in questo lieto fine che il celebre scultore francese trovò il messaggio per i suoi concittadini. È il lento cammino verso la morte, è quel procedere delle sei figure verso una fine, per loro, certa che esprime la potenza di quell’evento. 

L’immagine cui ispirarsi è lì, in mezzo a quel cubo di dramma e mito. Esso si erge su un piedistallo come simbolo di amore per gli affetti e per la patria, pur essendo diversa la sua iniziale disposizione. Infatti, l’artista francese, anticipando i metodi dell’Avanguardia, desiderava porre le statue in una vera e propria processione che, attraversando la piazza dinnanzi il Municipio, si dirigesse verso il campo di Edoardo III. I passanti, così, sarebbero stati coinvolti in maniera teatrale e avrebbero percepito, quasi sfiorandoli, l’antico ardore di quei concittadini esemplari. Questa idea non fu appoggiata dalle autorità pubbliche di Calais che comunque apprezzarono la carica romantica e l’autenticità del sentimento della scultura.

In essa, il sacrificio volontario trasforma le figure di uomini comuni in eroi mitici, in exempla per lo spettatore, inevitabilmente ammaliato e coinvolto dall’imponenza dei bronzi e dalla loro espressività. Lo scultore, infatti, lascia che i volti e le pose plastiche rivelino le emozioni di ogni individuo, rinnovando la concezione tradizionale del monumento: non primeggia una finta compostezza o un innaturale contegno poiché traspaiono paura, sofferenza ed esitazione. Emerge, cioè, l’intimità del dolore in cui corpo e lo spirito si fondono in un’immagine di rara umanità: Eustache de Saint Pierre, Jacques e Pierre de Wissant, Jean de Fiennes, Andrieu d’Andres e Jean d’Aire avanzano verso un amaro destino vestiti di onorevole umiliazione. Il terrore li attanaglia eppure la volontà di proteggere muove i loro passi.

Il primo (in alto), il più anziano, come un moderno Atlante, procede portando su di sé la sofferenza dell’uomo, mentre i de Wissant si rivolgono con il volto verso ciò che è stato, terrorizzati da ciò che sarà. Jean d’Aire sfida la morte con un’ultima fiamma di fierezza e le chiavi della città, ben serrate nelle sue mani, divengono metafora dalla sua stessa esistenza: tanto amata da essere stretta fino all’ultimo istante, pronta per essere donata in nome di un fine giusto e onorevole. Se Jean de Fiennes, il più giovane, sembra rassegnato ad accogliere il proprio epilogo, altra reazione ha Andrieu d’Andres, il quale è forse il punto più elevato di pathos dell’intera composizione: mentre stringe il capo fra le mani, la speranza lo abbandona trasformandosi in disperazione. Ecco la rivoluzione di Rodin: le emozioni normalmente antitetiche ai valori di un paladino diventano la sua forza. 

Un uomo capace di abbracciare le proprie debolezze e i propri sentimenti senza giudicarli, capace di porre il bene comune al di sopra del proprio e, soprattutto, capace di perseguire una meta nonostante tutto ciò che la ostacola: egli è il nuovo eroe.