È pazzesco quanto l’internet possa riservare sorprese inaspettate. Leggevo, come ogni giorno, qualche articolo inerente lo sviluppo tecnologico e la giurisprudenza in generale. Mi sono imbattuto in un articolo del 1998.

Sfido chiunque di voi a sapere, in quegli anni, anche cosa fosse internet. Un’invenzione arcigna nata dalla ricerca scientifica e tecnologica delle decadi precedenti.

Ciò che dopo tanto tempo torno a scrivere, è che questo dualismo, da “odi et amo”, non è roba fresca poiché abbraccia la nostra cultura a 360°.

Cito testualmente:

“È iniziato un anno cruciale per lo sviluppo italiano verso la società dell’informazione. Nel 1997 sono state poste alcune premesse per superare il ritardo che ci divide dai paesi più evoluti nello sfruttamento delle tecnologie dell’informazione e la data appena trascorsa, quella del 1. gennaio, segna un punto di passaggio essenziale: l’inizio, per ora solo simbolico, del libero mercato nel settore delle telecomunicazioni.
Simbolico, perché non c’è dubbio che il vero cambiamento non è vicino. Lo strapotere dell’ancora monopolista di fatto, con la commistione perniciosa della fornitura della rete e quella dei servizi, non potrà essere limitato sostanzialmente in tempi brevi.
Nemmeno per il sistema radiotelevisivo sembra vicino il raggiungimento di un vero libero mercato, con tutti i vantaggi che esso può comportare per il cittadino. Anzi, gli ultimi sviluppi delle trattative intorno alla “piattaforma digitale” fanno temere anche in questo settore un pericoloso intreccio tra la gestione delle infrastrutture e la fornitura dei servizi, con la trasformazione dell’attuale duopolio in una potente oligarchia”

Vent’anni fa, si parlava di sviluppo italiano verso una società dell’informazione, ma è stato realmente così?

Molti di noi hanno già parlato dell’io portanza della libertà di informazione e di come in momenti di emergenza sanitaria come questi, risuonino con ancora più vigore la trasparenza e veridicità delle informazioni che vengono trasmesse nel web, e non solo. Proprio a tal proposito la stessa ANSA di fronte alle numerose Fake news che si sono intercorse in questi mesi, ha deciso di dare atto ad un sistema di verifica delle fonti delle informazioni.

Il sistema è ANSA Check sfrutta la tecnologia blockchain per la “certificazione” delle sue notizie garantendo anche la professionalità dei giornalisti che scrivono quell’articolo. Un sistema che funziona sì, ma è limitato all’inserimento manuale della notizia. Da qui è ovvio che comunque si sta parlando del maggior provider di notizie in Italia e pertanto proprio a questo proposito gode di una determinata autorevolezza di cui siamo tutti a conoscenza.

In linea teorica però l’inserimento manuale dell’articolo, nonostante vi sia un codice Java che porta alla generazione del bollino ansacheck potrebbe essere ugualmente intaccato e in pochi si accorgerebbero del misfatto.

La tecnologia blockchain infatti prevede che al momento dell’inserimento del contenuto, venga rilasciato un codice alfanumerico definito hash, questo identifica univocamente quella determinata transazione e quel contenuto. La variazione di un solo parametro all’interno del contenuto fa variare l’hash da quello originario facendo evincere la modifica.

Questo sistema è stato sì ideato per fornire un servizio agli utenti, ma soprattutto ad Ansa che grazie a questa tecnologia potrebbe rafforzare il suo copyright su i contenuti pubblicati.

Ma la legge cosa prevede? Beh in Italia, come da sempre esprimo, è sempre un passo indietro rispetto a quella che è l’evoluzione tecnologica. Una validazione di questo tipo potrebbe essere si tutelata per quanto concerne l’origine del contenuto ma non potrebbe comunque essere ritenuta valida a fini probatori.

Infatti la normativa sul riconoscimento dell’hash come firma digitale, e rilascio del time stamping, non è ancora così approfondita. Si potrebbe quindi ricorrere per via analogica alla normativa che riferisce alla validità della firma digitale, che prevede l’equipollenza di tale firma a quella autografa.

È di però facile comprensione, la difficoltà con la quale la giurisprudenza potrebbe estendere il concetto di firma digitale ad una tecnologia quasi totalmente differente rispetto a quella utilizzata per la firma digitale, di certo nei prossimi mesi dovremmo vedere un evolversi della normativa, con riscontri di certo non scontati soprattutto a fronte di quella che è stata l’esigenza impellente di rivoluzione digitale portata dalla crisi Covid-19.

Sarei curioso di sapere cosa ne penserebbe l’autore dell’articolo del 1998.