Dalla mezzanotte di oggi, primo febbraio 2020, il Regno Unito è ufficialmente uscito dall’Unione Europea.

L’epopea apertasi il 23 giugno del 2016 con il referendum sull’uscita dall’UE si è conclusa dopo tre anni e mezzo tra varie peripezie e ripensamenti. Il rapporto tra la Gran Bretagna (Inghilterra, Galles, Scozia e Irlanda del Nord) e l’Unione Europea è sempre stato assai turbolento. I britannici non furono promotori assieme a Germania dell’Ovest, Italia, Francia e Benelux (Belgio, Paesi Bassi e Lussemburgo) dell’istituzione della CECA (Comunità europea del carbone e dell’acciaio) nel 1951) che pose le basi del successivo mutamento del progetto europeo, con i Trattati di Roma del 1957 che istituirono la Comunità Economica Europea, dal 1992 nota come Unione Europea. La consistente cessione di quote di sovranità non è stata mai digerita dai britannici, memori di un illustre passato il quale Impero nel suo apice dominava un quarto dellasuperficie terrestre, il più vasto della storia dell’uomo.

Nel 1972 viene promulgata la “European Communities Act”, la quale regolamentava l’accesso del Regno Unito nell’allora Comunità Economica Europea (CEE) e l’adozione del diritto di quest’ultima nel diritto nazionale del Regno Unito. Ciò stabilì che la legislazione britannica, avesse un effetto soggetto all’efficacia del diritto europeo. Già allora venne contestata questa legge in quanto lesiva della sovranità parlamentare britannica.

Nel giugno del 1975 si tenne il Referendum sulla permanenza del Regno Unito nella CEE, e confermò l’adesione con più del 67% dell’adesione. In un primo momento, l’inclusione nel Mercato Unico Europeo fu salutata positivamente dalla popolazione e dall’economia britannica, che nei vent’anni precedenti cresceva a ritmi più lenti dei suoi vicini continentali. Con la Premier Margaret Thatcher, “The Iron Lady”, i malumori aumentarono, specie perché le ingerenze in politiche interna si accompagnarono al versamento dei contributi che il Regno Unito era tenuto a versare alla CEE, questa si rivelerà nel 2016 un’arma molto forte per i fautori del Leave. Nel 1992, il Premier John Major firmò il Trattato di Maastricht che istituiva l’Unione Europea. Con i successivi governi laburisti dapprima di Tony Blair e poi di Gordon Brown, le frizioni sembrarono venir meno, salvo poi riacuirsi con l’avvento di governi conservatori. In questo contesto il Premier David Cameron nel maggio 2013, presentò un progetto di legge referendaria sull’UE per negoziare con quest’ultima un regime più favorevole. Alle elezioni europee del maggio 2014, il Partito Indipendentista del Regno Unito (UKIP) guidato da Nigel Farage, si affermò come primo partito.

Nel corso del 2014 il Premier Cameron delineò le richieste da porre all’Unione Europea: controllo supplementari sull’immigrazione, possibilità di veto per le leggi proposte dall’UE, la diminuzione dell’influenza della Corta europea dei diritti dell’uomo sulla polizia e soprattutto l’abbandono della nozione di “Unione sempre più stretta”. Per consentire lo svolgimento del referendum, nel dicembre del 2015 viene approvata la Legge sul Referendumdell’Unione europea.

Nel febbraio del 2016 venne annunciato l’esito delle negoziazioni le quali concordarono parzialmente con le modifiche proposte da Cameron. La data per il referendum fu fissata al 23 giugno del 2016. La campagna referendaria si divise tra i sostenitori del Remain come il Partito laburista, e i vari partiti nazionali britannici e il Leave capeggiato dall’UKIP di Farage e sostenuto da frange del Partito conservatore, guidate da Boris Johnson. Gli animi erano accesissimi e le vicende elettorale si svolsero in un’atmosfera cupa e velenosa che sfociarono nell’omicidio della parlamentare laburista Jo Cox una settimana prima del voto. Il referendum vide la vittoria del fronte del Leave con il 51,89%, ma mostrò una Gran Bretagna spaccata a metà. L’Inghilterra e il Galles votarono a maggioranza per il Leave mentre Scozia (con il 62%) e Irlanda del Nord a maggioranza per il Remain. Altro dato interessante fu il voto nelle città rispetto alle zone rurali. La metropoli di Londra, cosmopolita e sensibile al tema dell’immigrazione votò a maggioranza Remain (59,93%), e nei giorni successivi alla consultazione, alcuni cittadini londinesi firmarono una petizione per richiedere l’indipendenza dal Regno Unito. A votare per il Remain furono soprattutto quelle zone depresse che beneficiarono dei fondi europei per lo sviluppo, come la già citata Scozia e Irlanda del Nord. A votare per il Leave furono soprattutto le vecchie zone rurali con grandi complessi industriali, costretti a dover chiudere in ottemperanza alle norme ambientali dell’UE. La campagna referendaria fu segnata anche dalla voluta e consapevole diffusione di Fake News del fronte del Leave, rese celebri in quanto pubblicizzate dagli appariscenti bus di Londra. Una delle bufale più celebri recitava “Inviamo all’UE 350 milioni di sterline a settimana. Piuttosto finanziamo il nostro Sistema Sanitario Nazionale”. 

La notizia venne smentita a referendum concluso dallo stesso Farage. L’11 luglio, a meno di un mese dal referendum, Cameron lascia la guida del partito a Theresa May, vincitrice delle primarie, la quale diverrà Premier il 13 luglio. Secondo l’articolo 50 dei Trattati sull’Unione Europea, ogni Stato membro può decidere, conformemente alle proprie norme costituzionali, di recedere dall’Unione. La Corte Suprema del Regno Unito, si è espressa il 24 gennaio del 2017, affermando che il Parlamento deve essere consultato prima di procedere all’attivazione dell’articolo 50. Con l’approvazione del Parlamento, il 29 marzo dello stesso anno, viene promulgata la Notification of Withdrawal Act, presentata dalla May al Presidente del Consiglio europeo Donald Tusk. A seguito delle varie bocciature alla Camera dei Comuni e alla Camera dei Lord dell’accordo tra il governo May e l’Unione, si prospettava lo scenario del No Deal, ovvero un’uscita dall’UE senza accordo sui futuri rapporti tra le parti. La questione più spinosa riguarda tutt’ora il backstop irlandese, ovvero lasciare che l’Irlanda del Nord adotti un regime di libero scambio con la vicina Irlanda, senza l’utilizzo di barriere doganali. Per evitare il No Deal, l’UE rinvia la data della Brexit al 31 ottobre 2019. Il 24 maggio del 2019, Theresa May si dimette e alle primarie del 23 luglio Boris Johnson diviene leader dei conservatori e Premier.

Il 17 ottobre dello stesso anno viene raggiunto un accordo sulla questione irlandese, l’Irlanda del Nord è inclusa nel mercato unico europeo fino al 31 dicembre 2020. Contestualmente viene richiesta una proroga della data di uscita al 31 gennaio 2020. Per facilitare i negoziati, Johnson richiede le elezioni anticipate al 12 dicembre 2019. La vittoria dei conservatori e la clamorosa sconfitta dei laburisti di Corbin spiana la strada alla Brexit. Viene siglato un nuovo accordo, il Brexit Withdrawal Agreement, ratificato dalla Camera dei Comuni e firmato dalla Regina Elisabetta II il 23 gennaio 2020. Dalle ore 24:00 del 31 gennaio 2020 la Gran Bretagna cessa di essere uno Stato membro dell’UE.

Molti discutono se questo si tratti di un addio o di un arrivederci. Difficile già da ora fare previsioni su quale sarà il futuro del Regno Unito fuori dall’Unione. Quest’ultima incontra difficoltà sempre maggiori, da ovest ad est della cartina geografica. Noti sono i paesi del gruppo di Visegràd (Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia), che da diversi anni mettono in discussione gli assunti dell’Unione con politiche e visioni apertamente euroscettiche, si pensi alle politiche migratorie di Orban in Ungheria o di PiS in Polonia.

La consistente cessione di sovranità non ha dato risposte adeguate ai tempi. Le vedute dei vari Stati membri sono spesso in contrasto fra loro, si pensi alla gestione della crisi in Libia. All’orizzonte non ci resta che da sperare in un’Europa coerente e geopoliticamente rilevante.