Tre arresti, due evasioni, dieci capi d’accusa.

Una storia durata quasi cinquant’anni ha trovato il suo gran finale in un aula di Tribunale.

Il boss del Cartello di Sinaloa è stato infatti condannato all’ergastolo con oltre dieci capi d’accusa confermati.

L’unico accordo che è riuscito a strappare alle autorità, è stato quello che gli evitasse la pena di morte.

Accordo quanto meno singolare, considerata la sua dimestichezza con bazooka, fucili di precisione e addirittura sottomarini.

La sua rete di narcotraffico includeva mezzi pesanti, veri e propri blindati, armi tattiche, lanciagranate, lanciarazzi, sottomarini, elicotteri ed un vero e proprio esercito personale.

Durante il suo ultimo arresto, l’8 Gennaio 2016, 40 uomini del suo plotone hanno tentato di liberarlo, nell’assalto ci sono stati sette morti e svariati feriti.

Il 19 Gennaio 2017 viene estradato a seguito della morte del giudice Vincente Antonio Bermúdez Zacarías, assassinato mentre faceva jogging.

I suoi difensori in aula, hanno adottato una strategia di difesa che rasentava il ridicolo, toccando soltanto i trenta minuti, contro le settimane impiegate dall’accusa.

Difendere l’indifendibile sarebbe stato impossibile, così i legali hanno tentato di giocare la carta della “corruzione di funzionari statali”, scaricando qualche colpa lontano dall’assistito.

La corruzione è stato un fattore determinante nel caso Guzmán, ma non basta a discolparlo.

Joaquín Guzmán Loera si è rifiutato di testimoniare.

Durante il processo, inoltre, sono stati ascoltati 56 testimoni e in aula si è presentato anche l’attore Alejandro Edda, interprete proprio del Chapo, nella terza serie di Netflix Narcos Mexico.

Un impero miliardario, che porta alla luce un’evidente corruzione nello stato Messicano, come già dimostrato in altri casi, in molti, troppi altri paesi del Sud e Centro America.