I giovani italiani nel vortice della gig economy: tra frustrazione e lavoro nero

Si incrociano spesso mentre ti tagliano la strada, ti sfiorano, si piazzano davanti ai semafori. In bici o su uno scooter con uno zaino dietro le spalle: vanno di fretta.
All’ultimo gradino della scala del lavoro sono arrivati i riders. 
Sono i fattorini ingaggiati sulle piattaforme della gig economy – un modello economico sempre più diffuso in cui non esistono prestazioni lavorative continuative, ma si lavora solo quando c’è richiesta per i propri servizi, prodotti o competenza -.
I compensi sono bassissimi, manca un salario minimo orario, non sono previste maggiorazioni per lavoro festivo, notturno, pioggia o neve. E, come se non bastasse, sono pochissimi i riders coperti da assicurazione, anzi, più dell’80% lavora in nero.
La gig economy comincia a contare le sue prime vittime. L’ultimo si chiamava Alberto Pollini, studente di Bari che aveva solamente diciannove anni, morto mentre consegnava una pizza. Negli ultimi anni sono stati tanti gli incidenti avvenuti per la fretta di consegnare cibo ordinato da casa, alcuni dei quali (per fortuna) senza conseguenze troppo gravi. Uno dei motivi più rilevanti è che spesso la paga aumenta in base al numero delle consegne riuscite a portare a termine e questo certamente induce ad avere sempre più fretta. È stato forse proprio questa la causa che ha portato alla morte Maurizio Cammillini, che per non dover pagare nuovamente a sue spese il ritardo della consegna, si è schiantato contro un palo, all’età di 29 anni. Tragedie come queste mettono in luce lo sfruttamento che decine di giovani vivono quotidianamente.
I problemi e i diritti richiesti dai riders sono stati portati all’attenzione del  Ministro del lavoro Luigi Di Maio, che ha incontrato i rappresentanti dei riders e li ha descritti come il simbolo di una generazione abbandonata per cui bisogna assolutamente fare qualcosa, promettendo un nuovo incontro.
Ancora prima della formazione del governo era stato il Comune di Bologna a mostrarsi attento alla questione firmando la “Carta dei diritti fondamentali del lavoro digitale nel contesto urbano” al fine di promuovere degli standard minimi di tutela per questa categoria.
Ovviamente, non solo questi giovani lavoratori, ma noi tutti, ci aspettiamo che alle parole facciano seguito delle risposte concrete, perché quella della gig economy è una tendenza in continuo aumento.