Ci siamo presi in ostaggio.

L’interesse comune dello scorso decennio era senz’altro la globalizzazione.

Per chiunque si fosse trovato tra i banchi di scuola in quegli anni, non dovrebbe essere difficile ricordare quanto questo concetto fosse importante.

Fortunatamente, ad obiettivo raggiunto, la corsa ad un unico abbraccio mondiale si è conclusa, tanto è vero che oggi infatti se ne parla al passato.

Con l’avvento della globalizzazione l’uomo ha coronato il più grande successo per la nostra razza, salvo poi rendersi conto del fattore più importante e sottovalutato: non eravamo pronti.

Nessuno si è domandato cosa sarebbe accaduto dopo, nessuno immaginava cosa ci fosse oltre quel muro: realizzare questo sogno ha innescato una serie di processi materiali e morali del tutto spropositata ed imprevista.

In meno di dieci anni abbiamo ucciso la stampa, il piccolo commercio cittadino, il dissenso, la socialità reale e persino la privacy, con un singolo colpo d’ascia.

Il prezzo da pagare è stato alto, così alto da farci indebitare.

Ciò che non era pensabile dieci anni fa, oggi è obsoleto; più schiacciamo il pedale del progresso e più ci toccherà correre per stare al passo.

Durante il decennio scorso abbiamo gettato le basi per cambiare profondamente la società e mentre tra gli anni ’80 e ’90 sono trascorsi dieci anni, tra il 2008 e il 2018 ce ne sono almeno venti.

Un secondo, perverso ciclo produttivo capitalistico, dove la vittima non è più tanto la forza lavoro, quanto il progresso stesso.

Per la prima volta nella storia contemporanea, abbiamo costruito un tapis roulant su cui siamo proprio noi a dover restare al passo, pena la caduta.

C’è un abisso ormai, che intercorre tra persone nate nella stessa città e provenienti dallo stesso ceto sociale, e persone nate tre o quattro anni dopo.

Non ha neanche più senso parlare di generazioni, dovremmo piuttosto parlare di features e mentre le città masticano e sputano, le campagne ardono incolte sotto un sole sempre più pallido.

Quanto ci è costato cambiare le regole del gioco, quanto ancora ci costerà?

Al progresso tecnologico corrisponde un regresso morale, un mondo con supermercati artificiali e adolescenti senza più autostima, in cerca di un’approvazione costante, distaccata dalla realtà.

Siamo diventati così veloci da superare noi stessi e, ironia della sorte, ci siamo superati così bene che siamo sempre noi, quelli rimasti indietro.

Non lamentatevi se oggi preferiamo i social, al sociale: la globalizzazione ha vinto, sorridete.