Da Bonifacio a Cucchi: cosa (non) è cambiato.

Un taglio diverso a questa sigla; comunemente utilizzata per indicare il famoso gioco fantasy, l’ho volutamente messa ad allusione a quello che potrebbe essere un vero viaggio, tra mondo idilliaco e realtà.

Diritto dantesco, proprio così; la celeberrima opera della Divina Commedia, si sorregge su una impalcatura di matrice legale. La centralità amministrativa fortemente regolata, dotata di una complessa rete di leggi locali, giurisdizioni gerarchiche, pene e assoluzioni.

Dante pare non ebbe una vera e propria formazione giuridica, ma il suo impegno nelle amministrazioni pubbliche e poi la sua condanna sicuramente gli hanno garantito un livello sufficiente per poter articolare la sua opera da gran maestro della lingua.

L’opera trasuda tanto di citazioni di testi giuridici, quanto di rituali giuridici che facevano da scena alla vita quotidiana medioevale: privilegi speciali, concessioni, immunità, amnistie e assoluzioni, giuramenti e patti; sono questi i dati che il Poeta inserisce per render nota la sua posizione nei confronti della Giustizia.

Nella concezione dantesca della giustizia divina i casi limite ricoprono il fulcro dell’opera. Può sembrare paradossale, ma l’elaborata geografia normativa è funzionale a carpirne i limiti e le eccezioni. Le regole del gioco durante la lettura vengono velocemente assimilate dai lettori, per esser poi altrettanto rapidamente infrante: i pagani salvati, i dannati compatiti, i giuramenti infranti e le condanne ridefinite, tutto appare così terreno. Lo stesso racconto del viaggio è considerabile un’eccezione, il privilegio riservato a Dante di attraversare l’altro mondo, rimanendo immune alle leggi che egli stesso ha ideato.

Prima che l’autorità normativa fosse concentrata nel moderno Stato centralizzato, la possibilità di derogare una norma, era considerata organica al sistema giuridico; e se il Poeta stesso inserisce elementi incongrui all’interno del suo sistema di pene e punizioni è proprio per mettere in rilievo il sistema d’eccezioni in vigore al suo tempo, ma non solo. Interessante è notare come la stessa critica tenda a dissolvere qualsiasi altra interpretazione che non sia un rimando ad altro testo precedente, attraverso la giustificazione della necessità di tenere la medesima coerenza testuale come nel caso dell’assoluzione del pagano suicida Catone.

L’anomalia viene così riassorbita all’interno di leggi razionali ed onnicomprensive, dovute ad un atteggiamento di chiusura derivante da una concezione post illuministica del diritto; secondo tale prospettiva infatti qualsiasi fenomeno che contrasti le leggi è ritenuto illecito. Anche la critica moderna, figlia dell’illuminismo, tende a ricondurre a due sole possibilità di interpretazione di fronte ad un nodo interpretativo: ricondurre l’apparente anomalia alle regole dell’aldilà oppure chiamare in causa l’onnipotenza divina, limitando di fatto la libertà di interpretazione di un approccio critico all’opera; fenomeno assolutamente contrario a quella che è l’importanza del giudizio, per Dante, sia nella sfera del diritto che in quella dell’arte.

Il Poeta infatti non slega i poteri divini dalle leggi dell’ordine costituito: l’eccezione può essere legata ad un sistema giuridico ed esso può contemplarla.

Confidando nella capacità di valutazione soggettiva, il poema incoraggia gli stessi lettori a riflettere su queste singole eccezioni che, anziché essere delegate ad un’asettica decisione sovrana , vengono affidate ad una esplorazione frutto della ratio del lettore.

Esistono molti modi per intendere i limiti del diritto; innanzitutto esso ponendo dei limiti prevede delle pene per chi li supera e basti pensare al folle volo di Ulisse, (macchiatosi di iúbris, deve necessariamente naufragare) o per il trapassar del segno di Adamo ed Eva. Ma cosa accade quando a varcare i confini del diritto sono le stesse autorità pubbliche che dovrebbero rispettarle? Si faccia riferimento alla mercificazione dei sacramenti e delle indulgenze da parte di Bonifacio VIII, nel Poema, al caso Cucchi oggi; esattamente, oggi come all’ora tali autorità in seguito al varco del confine della legge, non vengono più trattate con rispetto o meglio, viste come sacrosante. Dante però non identifica in esse la causa, bensì il sintomo di un problema: la disintegrazione del tessuto socio-culturale che aveva a lungo sostenuto il diritto.

I conflitti giurisdizionali e la crisi politica lacerano il tessuto che dovrebbe sostenere l’intera società, ma forse l’unico vero problema, adesso come nel Medioevo può essere riscontrato nell’educazione e nell’arbitrarietà delle leggi stesse.

Il fine del “Poema”, è restaurare quei valori comuni, quei racconti esemplari e quei modelli educativi situati ai confini del diritto, occupando gli interstizi, oggi veri e propri solchi, tra legge e vita quotidiana.