Dante, protagonista nato, ha conquistato un giorno del nostro calendario: il 25 marzo sarà il giorno a lui dedicato. Il 17 gennaio di quest’anno, il Consiglio dei ministri ha approvato l’istituzione del giorno da regalare al sommo poeta.

L’iniziativa è la prima fra le tante che si attiveranno in vista dei 700 anni dalla sua scomparsa (1321-2021). La scelta del giorno non è casuale, ma è una data fondamentale per gli studiosi della linea esegetica predominante oggi, che “riconosce come inizio del viaggio nell’aldilà della divina commedia”.

Comprendere Dante è uno dei giochi preferiti della critica che butta qua e là opinioni di ogni genere, con il tentativo, fallito in partenza, di trovare un riscontro a quello che propone per vederlo magicamente trasformato in verità assoluta.

Ma gli enigmi che ruotano intorno a Dante vanno affrontati con moderazione e, come dice Benedetto Croce, bisogna “giungere, nel miglior caso, a una probabilità d’interpretazione, che non si converte mai in certezza”.

Gli antichi biografi ce lo raccontano come un personaggio dall’atteggiamento imperativo che ha avuto una vita dedita all’amore, alla politica e alla letteratura, senza mai perdere d’occhio nulla.

Dante nacque a Firenze nel 1265 da una famiglia della piccola nobiltà cittadina di parte guelfa.

La sua vita intellettuale e sentimentale, negli anni della giovinezza, si avviluppò intorno alla figura di Beatrice (al commentatore Andrea Lancia si deve la prima identificazione storica). L’esperienza politica iniziò nel 1295 e nel bimestre 15 giugno -15 agosto 1300 fu eletto fra i Priori.

Diventato indispensabile e conquistando per questo l’invidia di molti, diventò bersaglio da colpire; quando fu a Roma nel 1302 apprese di essere stato condannato all’esilio con l’accusa di baratteria.

Divenne ramingo e rivolse ogni pensiero a Firenze, sperando di tornare al <bello ovile> .

Viaggiando arrivò a una conclusione: non vi era luogo d’Italia immune da lotte intestine. Per Dante la mancanza di leggi che potessero obbligare la chiesa a tornare alla sua missione spirituale era motivo di corruzione e di aspirazione alla superiorità.

Nacque così il disegno della Commedia per indicare le cause della tribolazione che l’umanità avvertì nel XIII secolo .

Di ritorno da un’ambasciata, poco prima di entrare a Ravenna, morì il 14 settembre 1321.

Nei primi anni che seguirono la sua morte, i lettori della Commedia non conoscevano nulla della vicenda biografica dell’ autore, molto probabilmente a causa del conflittuale rapporto tra il Poeta e la patria toscana.  Solo quando le autorità fiorentine iniziarono a ritirare l’atteggiamento di condanna verso quel figlio, l’ammirazione crebbe a dismisura. 

Quest’uomo, con il vizio della parola, aveva una lungimiranza particolare e se di solito la fama, per i geni veri, si concretizza solo dopo la loro morte, Dante non solo era già famoso a suo tempo, ma ne era perfettamente consapevole.

Non avrebbe mai voluto vedere calare il sipario, tanto da ammettere:

[…] e s’io al v ero son timido amico,

temo perder viver tra coloro,

che questo tempo chiameranno antico […]

Par XVII, vv.118-120

[…] e se io sono timido amico della verità,

temo di perder la fama tra coloro,

che questo tempo chiameranno antico […]

Par XVII, vv.118-120

Oggi più che mai riconosciamo il genio che albergava nella sua anima. Mai gli fu conferito il riconoscimento poetico tanto agognato, seppur meritato.

La nostra società nel tempo lo ha consacrato patrono dell’arte italiana, del ben parlare, e soprattutto “l’arte di dire parole in rima”.

[…] I’ mi son un che,

quando Amor mi spira, noto, e a quel modo

ch’e’ ditta dentro vo significando […]

( Purg. XXIV, vv. 52-54)

Ma la sorpresa è vedere come un uomo del ‘300 sia riuscito, nella forma più minuziosa e particolareggiata possibile, a raccontare l’Italia d’oggi. La sua produzione, se venisse letta nel complesso, e non scavando negli interstizi, ci racconterebbe perfettamente quello che siamo oggi, in una forma squisitamente moderna.

Guardando dall’ altro la Terra e ricordando gli istinti violenti che ospita, disse: 

[…] l’aiuola che ci fa tanto feroci […]

( Par. XXII, v. 151)

Dante è la nostra identità, è nel nostro DNA; a lui dobbiamo gran parte del nostro retroterra culturale: modi di dire, simboli, modi di interpretare, di intendere quello che ci incornicia. 

Il nostro più grande poeta, ci insegna come l’immaginazione, una volta sovra esibita, possa aiutare a compiere grandi giochi di prestigio. Dante si è prodigato tanto per gli altri, convinto com’era d’esser stato chiamato a riconoscere i segni di una crisi epocale.

Per la sua storia, che ha a che fare con l’eternità, merita quel riconoscimento che mai ebbe concretamente  e che con il Dantedì gli conferiamo noi, la sua gente.