Quando a Genova crolla il ponte Morandi sono le 11.36 del 14 Agosto del 2018. 

Mentre passavano trentacinque autovetture e tre camion, il ponte cade come fosse stato costruito con un arrangiato impasto di cartapesta e colla da bricolage. Quel giorno sono morte 43 persone e 566 sono stati gli sfollati.

43 morti, quell’agosto, ci sembrarono tantissimi.

Sono ormai passati due anni. Siamo nel 2020, l’anno che non dimenticheremo mai, l’anno dei cuori spezzati, l’anno del timore e dei morti che non hanno volto.

Sono stati tanti gli eventi inarchiviabili che ci hanno colpiti, questo, sicuramente, ci ha ricordato che dobbiamo continuamente difenderci da noi stessi perché noi umani compiamo errori grossolani. In effetti, i giorni che seguirono quel 14 agosto ci servirono a immortalare le solite verità insabbiate: siamo il Paese che non cura i suoi frutti e che paga per questo.

Il Viadotto Polcevera, meglio conosciuto come il ponte Morandi,fu progettato dall’Ingegnere Riccardo Morandi ecostruito tra il 1963 e il 1967, anno della sua inaugurazione. Ad essere crollata, due anni fa, è stata una sezione del ponte lunga 150m e subito si parlò di una causa di natura strutturale. Per un ponte così giovane non ci si sarebbe dovuti aspettare un tramonto così veloce, eppure, i continui lavori di manutenzione straordinaria, che nel corso degli anni ci sono stati (l’ultimo nel 2016), hanno fatto presagire il peggio, finché il peggio è arrivato. Molti ricorderanno il famoso camion verde, con la scritta ‘BASKO’, fermo a pochi metri dal vuoto. Quell’immagine ha dato prova di come la vita sembra ordire strane sorti: ci si salva per un paio di metri o si precipita rovinosamente.

Il nuovo ponte di Genova è un miracolo umano che fiorisce spontaneo, graduato, a riprova dell’inarrestabilità del mondo. Fa parte di un complesso di fenomeni emblematici delle mutazioni essenziali che va subendo la nostra Italia. 

L’ atto creativo del nuovo traduttore dei bisogni genovesi, Renzo Piano, sembrerebbe rispondere a questa legge di Gramsci: 

“La paura è un fatto umano […] ma perché essa diventi elemento artistico, deve trovare una espressione linguistica che la trasformi in atto umano

L’opera ha il supporto culturale di uno dei più grandi poeti genovesi, ammette l’architetto: <<Giorgio Caproni dice: Genova di ferro e aria, mia lavagna, arenaria. Di ferro ed aria. Ecco! C’è tutto in questa frase perché Genova è una città d’acciaio, è forgiata nel vento, un po’ come, spero, sarà questo ponte>>.

Ma abbiamo mai riflettuto davvero su cosa è un ponte? La Treccani riporta:

pónte s. m. [lat. pōns pŏntis]. Manufatto di legno, di ferro, di muratura o di cemento armato che serve per assicurare la continuità del corpo stradale o ferroviario nell’attraversamento di un corso d’acqua, di un braccio di mare, o di un profondo avvallamento del terreno. 

C’è molto di più! Il significato vero si risolve in qualcosa di molto più poetico perché un ponte non è una semplice strada; un ponte smorza i tempi, accorcia le attese, permette di arrivare dall’altra parte senza faticare più del previsto. 

Il 28 Aprile del mese scorso è stata issata l’ultima campata del nuovo ponte che porta la firma dell’architetto genovese Renzo Piano; appena un giorno prima, dichiarava: “la giornata di domani è importante perché segue una tragedia terribile, ma è un momento di consolazione e di orgoglio. È importante perché celebra la coesione di un gruppo di lavoro. È un lavoro collettivo fare un ponte. Ci sono stati tutti, dai commissari al più modesto dei manovali“. E ancora: “qualcuno ha detto che è un miracolo, ma non è un miracolo, è la normalità, perché l’Italia sa fare queste cose; è un po’ triste che le sappia fare solo quando si è in una situazione di emergenza…questo sì. Però ci deve insegnare una cosa questa terribile avventura: il Paese ha bisogno di un grandissimo progetto di manutenzione […]. Il ponte durerà migliaia d’anni purché lo si curi. Nulla fatto dall’uomo può durare per sempre se non è amato, accudito e mantenuto”.

La diciannovesima campata, posata per l’ultimazione dei 1.067 metri del nuovo viadotto, è il punto di sutura decisivo per la città. 

Con la speranza che questa vicenda abbia avuto un effetto catartico, pacificatore, decisivo, è giusto affidarsi alle parole di Giorgio Caproni per augurare il meglio alla famosa città ligure: “Genova città pulita. Brezza e luce in salita”.