Se ti senti protagonista di una fiction che fa concorrenza ad “Una serie di sfortunati eventi”, allora tranquillo, o tranquilla, perché ormai, a sei mesi dall’inizio di questo anno bisestile, il sentimento di costante allerta e velo d’ansia è diventato requisito fondamentale da aggiungere al tuo CV.


Siamo qui per fare una vittimistica lista di tutte le disgrazie che abbiamo vissuto finora? Assolutamente no.
Vogliamo trarre il buono anche da un uovo marcio? Chiaramente sì. È vero, il lock-down e la situazione pandemica che stiamo ancora vivendo ci hanno sottratto tante gioie, tanta positività e tanti piccoli momenti e abitudini che rendevano la nostra vita degna di essere vissuta, ma dall’altro lato la maggior parte di noi si è resa conto di far parte di una grandissima famiglia chiamata mondo e che siamo tutti più vicini di quanto in realtà pensavamo. Siamo stati chiusi in casa per quasi tre mesi come lo è stato il mio amico Rudy in California, la mia amica Mila in Germania. E questo è così strano da accettare, ma a quanto pare non è una questione di chilometri a dividerci dal resto del mondo.


Questa strana sensazione inconscia di cosmopolitismo che, chi più chi meno, stiamo provando in tempi post-quarantena la stiamo manifestando infuocando i nostri feed e le nostre storie sui social con foto completamente nere, frasi motto e l’hashtag #blacklivesmatter. Ed è giusto che sia così, è giusto combattere per una causa che magari non riguarda direttamente noi stessi, ma riguarda persone che l’unica cosa diversa che hanno da noi è il colore della pelle. Nient’altro. Stesse emozioni, stesso funzionamento dell’organismo, stesso cervello. È una causa che attanaglia il pianeta Terra, dove abitiamo noi terrestri e solo ed esclusivamente noi abbiamo il potere – per fortuna e purtroppo – di decidere cosa farne di esso.


Noi di Redazione Idee ci siamo attivati, come chiunque, riguardo la situazione americana e per questo mese ho abbandonato i canoni del classico articolo, sostituendolo con un’intervista. Niente di formale, s’intende, ma questa volta mi sono fatta da parte per cedere la parola a due ragazzi. Che hanno in comune? Probabilmente niente; Francesco ha diciannove anni ed è uno studente universitario a Trento, Edgar ne ha ventuno ed è un kickboxer. A dirla tutta, non hanno in comune nemmeno il colore della pelle, dal momento che Francesco è un ragazzo italiano che le etichette sociali definirebbero “bianco”, mentre Edgar è un ragazzo peruviano “di colore”, sempre secondo queste fantomatiche etichette. O forse sì, forse mi sto sbagliando, perché l’unica cosa – e a questo punto direi bellissima – che li accomuna è che appartengono alla stessa specie, quale quella umana, ed essendo due esseri umani hanno lo stesso diritto ad avere il proprio metro quadrato nel mondo.


Ho posto loro quattro domande, loro mi hanno fornito otto risposte.

 Sei mai stato vittima di eventi a carattere razzista? O hai mai assistito a scene riconducibili a questa ideologia? Se sì, da che parte ti sei schierato?

Francesco:
No, a quanto io ricordi non ho mai vissuto direttamente o indirettamente episodi di razzismo. È probabile che il fatto che io abbia trascorso la maggior parte della mia vita in una realtà relativamente piccola (60mila abitanti), in cui la presenza di una comunità straniera non è così forte, abbia contribuito ad evitare che io assistessi ad episodi simili. Non ho dubbi però sul fatto che, in un’eventuale situazione del genere, la mia presa di posizione a riguardo sarebbe ferma e decisa per contrastare qualsiasi tipo di discriminazione sociale.

Edgar: Parto con il dire che odio il razzismo in tutte le sue sfumature. Sono un ragazzo peruviano che è in Italia da dieci anni. Fortunatamente non mi è mai è capitato di vivere un’esperienza razzista nei miei confronti, ma mi è capitato di assistere ad alcuni episodi di razzismo. Per esempio, negli ultimi anni c’è stata una forte immigrazione da parte dei venezuelani in Perù e questo ha solamente aumentato il sentimento xenofobo. Persone che conosco che vivono lì sono diventate razziste, si basano sullo stereotipo: “vengono a togliere il lavoro ai peruviani, sono malviventi, sono criminali, ecc.…”. Questo discorso è già noto, è lo stesso qui in Italia: si cerca di incolpare persone che non per forza vengono qui per commettere atti di delinquenza, ma che cercano un posto sicuro e qualche opportunità. Cerco di combattere le fake news che in quest’ultimo periodo sono aumentate, video in cui si vedono aggressioni, furti, vandalismo e nelle descrizioni puntualizzano che sia opera di venezuelani. Indagando, scopro che non sono venezuelani o addirittura che quei video non sono stati fatti in Perù, ma che vengono usati con lo scopo di aumentare l’odio. 

Ti senti partecipe di questa protesta che ormai sta acquisendo dimensioni a livello globale o finora ne sei sempre rimasto distaccato? Perché? Lo percepisci come un discorso che riguarda solamente l’America?

Francesco:
Penso che la situazione in America, sin dai primi istanti in cui si è sviluppata, abbia acquisito carattere globale. Vedere certe immagini o certi video colpisce duramente e, almeno per me, è impossibile rimanere indifferenti. Credo che protestare sia uno strumento necessario per modificare le abitudini sbagliate della società e penso sia emblematico come alcuni poliziotti americani abbiano deciso di prendere parte alla protesta – apro parentesi per una breve e intensa frase d’apprezzamento per tutti quei poliziotti che si stanno comportando da veri poliziotti –.

Edgar: Penso che inizialmente la manifestazione abbia avuto lo scopo di far sì che non si ripetano episodi come quello di G. Floyd e quello che succede a molte persone di colore. Ma nelle giornate successive si è perso il senso di tale manifestazione. Non mi sento partecipe del caos che si è creato, perché non contribuisce al vero scopo della manifestazione. Vandalismo, furti, aggressioni non contribuiscono alla causa. Tutte le vite contano, questi episodi non capitano solo in USA ma in tutto il mondo, ma non vedo persone che escono a manifestare per la minoranza di musulmani che vengono perseguitati e repressi in Cina, non vedo persone che si battono per rendere il Venezuela o Cuba paesi liberi – standing ovation per Edgar! –. 

Situazione italiana, migranti: cosa ne pensi del modo in cui vengono trattati, degli stereotipi che girano attorno a loro, dei giudizi – spesso non richiesti – che la gente fa anche riguardo immigrati che sono cittadini italiani a tutti gli effetti, basandosi quindi su un mero discorso di colore di pelle e caratteristiche fisiche determinanti una data etnia? 

Francesco: Credo sia necessario fare un passo indietro nel tempo per comprendere il background culturale che si cela dietro questi pregiudizi e insulti nei confronti delle persone di colore, solo per essere nere in quanto tali. Il colonialismo europeo ha portato l’uomo bianco a sovrastare e praticare violenza nei confronti delle popolazioni autoctone dell’Africa che, incapaci di difendersi, nulla hanno potuto per evitare questa contaminazione forzata. Ed è da qui che, secondo me, nasce il senso di superiorità innato delle persone bianche nei confronti di quelle nere. Ormai è chiaro che non si possano effettuare distinzioni basandosi solo sul tipo di colore della pelle e bisognerebbe effettuare un lungo lavoro di educazione sociale per smussarne gli spigoli. 

Edgar: Molti immigrati vengono per avere una nuova opportunità di vita, fuggono da Paesi che non aiutano i propri cittadini, Paesi dittatoriali e/o Paesi in cui ci sono conflitti in corso. Persiste una forte discriminazione data da persone razziste che contribuiscono all’accrescimento dell’odio inventando notizie false, discorsi come il lavoro tolto agli italiani da parte degli stranieri, additare tutti come dei criminali, ecc.
Secondo me non ci si deve focalizzare su una questione di razza o etnia, i criminali esistono in tutti i Paesi e noi dobbiamo combattere contro di loro.

È ormai risaputo che la società attuale è improntata su determinati sistemi ed è stata forgiata da un certo tipo di mentalità che non è altro che una conseguenza di eventi storico-sociali. Basti pensare che i primi accenni di razzismo si cominciano ad avere dal XVI secolo. Dopo questa premessa, pensi che sia ridicolo il fatto di dover ancora combattere per cause che dovrebbero essere state archiviate da molto tempo? E inoltre, secondo te, quando le acque si saranno calmate cambierà veramente qualcosa o si tornerà a questa triste normalità? Se sì, cosa?

Francesco: Il contesto in cui una società opera è determinante per la formazione di problemi sociali che, a seconda dell’epoca, possono essere di varia natura. Basti pensare al fatto che nell’Antica Grecia l’omosessualità fosse socialmente accettata. Sono convinto che sia impossibile prevedere se nei secoli a venire alcune battaglie “vinte” possano trasformarsi in clamorose disfatte a causa dei pregiudizi o delle convinzioni della nuova società che si verrà a creare. Comunque, non penso sia ridicolo combattere contro cause che dovrebbero essere archiviate da tempo, perché è dando alcune cose per scontato che si perde la memoria storica. Queste proteste rimarranno impresse (o almeno spero) nella mente di tutti noi e ci permetteranno di essere delle persone migliori, per un futuro migliore – sì, sì e decisamente sì! –. 

Edgar: Proprio perché queste cause non sono state archiviate non dovremmo smettere di lottare. Dobbiamo lottare per la libertà; ci sono Paesi in cui la libertà non c’è. Penso che dovremmo lottare per l’uguaglianza davanti alla legge. Non posso dire con certezza che questa manifestazione farà cambiare qualcosa nel sistema, ma non credo comunque che abbia contribuito alla vera causa. Appena le acque si saranno calmate, so che tutto tornerà come prima. Continueranno ad esistere persone razziste che cercheranno un minuscolo pretesto per affermare la loro “superiorità” rispetto ad altre persone. Siamo tutti diversi, ma il problema non è l’essere diversi, bensì il trattare le persone diversamente. 

Grazie Edgar e Francesco, chiaramente due prese di posizione opposte ma ben giustificate.
Ragazzi, voglio concludere dicendo che noi siamo le nostre decisioni, siamo la nostra mente e siamo la maniera in cui decidiamo di farla funzionare, che sia in bene o in male. Siamo la generazione nichilista, con la possibilità di distruggere un mondo i quali valori non sposano più i nostri canoni e di crearne nuovi. Più veri, più funzionali. Ma questo è possibile solo se sfruttiamo l’intelligenza a nostro vantaggio.

Siate intelligenti, sempre.