Tra le tonalità della fredda tristezza si staglia una figura riflessiva.

Sola e spenta, è immersa nella totale introspezione.

La maschera dell’Arlecchino picassiano infrange gli stereotipi e si mostra nella sua fragilità. È, infatti, un momento di profonda intimità quello che il pittore iberico vuole mostrarci, non le gesta carnevalesche della celeberrima maschera bergamasca o la fittizia realtà di cui è parte, bensì un momento in cui è dedita al pensiero.

Pablo Picasso abbatte le nostre certezze sull’apparenza: ci svela il lato segreto dell’allegria squarciando il “velo di Maya” fra il nostro sguardo e profonda solitudine, che può pervadere chiunque di noi.

Attraverso il ricorrente uso di personaggi circensi e maschere della Commedia dell’Arte, il pittore spagnolo esprime le varie emozioni che caratterizzano la sua intera produzione, mostrando il lato umano di figure spesso stereotipate e trattate con mera superficialità. Non può certo essere questo l’approccio dell’artista eclettico e impegnato socialmente, soprattutto nel denunciare i disagi sociali invisibili agli occhi dei più.

La miseria, l’emarginazione e l’inquietudine dell’animo umano divengono i cardini del cosiddetto “Periodo blu” di Picasso (1901-primavera del 1904), nel quale si colloca l’Arlecchino pensoso. È dal profondo lutto che egli sceglie la forza espressiva del blu: il suicidio di un caro amico lo guida verso la malinconia nella sua accezione più profonda ed universale.

Lo spirito non comprende sé stesso, è privo di una chiara identità: figura comica sul palcoscenico ma, nel privato, animo tormentato e frazionato. Così ci si presenta l’Arlecchino, tra colori e forme sintetici in una sorta di puzzle: una composizione profondamente scomposta.

Il decorativismo si fa piatto: la realtà si astrae poiché la mente si aliena. È l’uomo ad essere posto al centro, avvolto dalle sue debolezze.

Il dipinto diviene un monito per la nostra empatia, perché siamo spinti ad andare oltre ciò che le persone intorno a noi vogliono mostrarci. Veniamo costantemente richiamati, eppure mai abbastanza, ad andare oltre “la copertina del libro”, non solo nel formulare il comune pregiudizio ma anche nell’assumere che il nostro prossimo stia bene.

È l’attenzione verso le piccole crepe, quelle quasi impercettibili, che fa di noi persone premurose e eroicamente capaci di amare.