Il 21 marzo di ogni anno, si celebra la Giornata Mondiale per l’eliminazione delle Discriminazioni Razziali.

Istituita e fissata in memoria di 69 morti avvenute in Sud Africa durante l’apartheid per mano di 300 poliziotti, oggi ritorna in primo piano a seguito del tragico evento avvenuto in Nuova Zelanda.

L’australiano Brenton Tarrant, ventottenne, dotandosi di fucili semiautomatici e pistole ha ucciso 49 persone, di fede musulmana, in quello che è stato ormai definito dal premier neozelandese Jacinda Arden, un attentato terroristico.

L’accaduto è stato volontariamente filmato dal killer attraverso una diretta Facebook, nella quale vengono riprese le uccisioni dei fedeli all’interno di due moschee.

L’argomento, già trattato in un precedente articolo, ci riporta su tematiche sociali molto delicate.

L’UNAR (Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali) ha messo in atto una campagna di sensibilizzazione che si articolerà con conferenze, testimonianze e spettacoli teatrali fino al 24 marzo.

“Diversi perché unici”.

È lo slogan promotore degli eventi.

Una diversità alle volte intesa come fattore discriminante, ma in favore di cosa?

È davvero possibile stabilire la “supremazia” di una razza? O ancora, definire un concetto diverso di “razza” se non quella umana?

Perché quindi c’è tutto questo risentimento verso chi ha delle caratteristiche differenti dalle nostre?

Il razzismo presuppone l’esistenza di una razza superiore, che sfocia poi in violenza e atteggiamenti di discriminazione nei confronti delle minoranze.

Il bisogno di identificarsi, il trovare un gruppo di appartenenza, ha generato nell’uomo una caratteristica intrinseca: l’intolleranza.

La storia è piena di esempi, guerre e situazioni che hanno come protagonista la paura del diverso. Detto così fa riflettere, forse non siamo semplicemente capaci di confrontarci, oppure siamo solamente legati alle nostre abitudini, che non cambieremo per nulla al mondo.

Il nostro spirito conservatore a volte ci annebbia la vista, ci distoglie da quella che è la realtà. Col passare degli anni il livello tecnologico che abbiamo raggiunto ci ha portato ad affacciarci al di fuori della nostra zona di comfort. Pensiamo alla possibilità di viaggiare, conoscere nuovi posti, nuove culture, nuove cucine o stili di vita. Non c’è un parametro con il quale è possibile classificare una o l’altra tradizione.

Pensiamo un attimo alla situazione italiana, con alti tassi di immigrazione dall’Africa.

Prendiamo ora la Svizzera, che affronta una situazione analoga, ma con gli italiani.

Possiamo essere carnefici, ma dall’altra faccia della medaglia siamo anche vittime.

L’ignoranza ci porta a pensare che ci sia un’etnia portatrice di ogni sorta di aspetto negativo, ma non abbiamo capito che la colpa è da imputare al singolo e non all’intera popolazione.