Il destino delle volte è davvero beffardo. TMZ, noto blog di gossip americano, rilascia alle 6:11 (ora americana) la notizia dello schianto di un elicottero sulle colline di Calabasas, a nord-ovest di Los Angeles. Tra le vittime, ormai accertate, Kobe Bryant, ex-stella dei Los Angeles Lakers, la figlia Gianna, e altre 7 persone.

Una tragedia che ha sconvolto l’ambiente cestistico statunitense, con milioni e milioni di fan sparsi per il mondo a rendere omaggio sui vari social al Black Mamba, com’era soprannominato, oltre a numerose celebrità, personalità di spicco, atleti NBA. Gente comune, per la quale il 26 gennaio non sarà più un giorno come tanti.

Ma chi era Kobe Bryant? Unanimemente considerato uno dei giocatori di pallacanestro migliori di sempre, era ben noto per le sue gesta in casacca Lakers, colori che ha smesso di indossare nell’aprile 2016. La sua vita può essere riassunta in poche ma significative date.

23 agosto 1978, Kobe Bean Bryant nasce a Filadelfia. Suo padre, Joe Bryant è un cestista, sua madre Pamela Cox è una semplice casalinga, piena d’amore per Kobe e le sue due sorelle. A soli tre anni, Kobe inizia a giocare a pallacanestro, soprattutto in Italia, a causa degli ingaggi del padre: qui, Kobe muove i primi passi da cestista e illumina con il suo talento.

26 giugno 1996, al Draft NBA Kobe viene chiamato con la tredicesima scelta dagli Charlotte Hornets, ma immediatamente girato ai Lakers in cambio di Vlade Divac. In maglia gialloviola, Kobe è il più giovane debuttante della storia, con appena diciotto anni compiuti.

22 gennaio 2006, contro i Toronto Raptors Kobe realizza la sua miglior prestazione (seconda miglior performance nella storia NBA dopo i 100 di Wilt Chamberlain) siglando 81 punti.

14 giugno 2009, Kobe vince il premio di MVP della Finale NBA, con oltre 32 punti di media, contribuendo in maniera decisiva alla vittoria del titolo.

14 dicembre 2015, contro i Minnesota Timberwolves Kobe segna il punto n° 32293, superando Michael Jordan e stabilendosi al terzo posto della classifica all-time dei marcatori NBA.

18 dicembre 2017, a soli sette mesi dal suo ritiro, i Lakers ritirano le maglie #8 e #24, onorando di fatto il miglior giocatore della franchigia. E’ la prima volta che un giocatore vede due numeri ritirati dalla stessa squadra.

Per elencare i successi, le difficoltà e i riconoscimenti di quasi vent’anni di carriera non basterebbe un articolo, inoltre c’è già chi ha compiuto questo lavoro meglio di me. Laddove tramonta l’atleta, ecco l’uomo. Ciò che Kobe ha regalato ai suoi fan difficilmente verrà dimenticato, tanto a livello sportivo quanto a livello umano. Kobe ha fatto innamorare almeno due generazioni di appassionati, cresciuti con un’immagine ben definita nella mente: un angelo dalle ali gialloviola che volava a canestro, danzando con il pallone, con un movimento di piedi che sembrava scandito da un metronomo. Personalmente, mi sentivo legato a Kobe, in quanto è grazie a lui che mi sono avvicinato a questo sport. Ma questo articolo non vuole essere un lamento funebre, tantomeno un inno a quanto grandioso fosse Kobe. Vuole semplicemente essere un saluto ad una delle icone cestistiche più grandi di sempre, che vivrà ogni volta che un bambino prenderà in mano un pallone, con una canotta gialloviola sulle spalle, regalatagli dal padre e che è grande tre volte il suo corpicino, e per 24 secondi si sentirà allo Staples Center di Los Angeles, pronto ad esultare all’ennesimo canestro.

Grazie Kobe, per quanto hai fatto, per me, per il basket, per tutti. E scusa, se uso le tue parole, scritte da te qualche anno fa, quando hai deciso di appendere le scarpe al chiodo, nella tua lettera Dear Basketball.

Sono pronto a lasciarti andare, volevo solo che tu lo sapessi, così potrò ricordare ogni momento che ci hai regalato, le cose belle e quelle brutte. Ed entrambi sappiamo che, nonostante tutto, resterai sempre quel bambino con i calzettoni, il cestino della spazzatura nell’angolo e 5 secondi sul cronometro, palla nelle tue mani, 5,4,3,2,1…

Ciao Kobe, ci mancherai.

#foreverMamba

Stefano Pennese

22 gennaio 2006. Staples Center. Regular season. Il numero 8 dei Lakers è ormai un idolo, un eroe, un capitano, un trascinatore. Ha già tre anelli al dito. E tutto da perdere, considerando la squadra a dir poco mediocre che lo circonda. Ma Kobe, il ragazzo di Philadelphia cresciuto in Italia a pane e palla a spicchi seguendo miti come Jordan e Magic, è uno che non molla. Il morso del Mamba è incombente e i Raptors di Toronto non immaginano quanto. A fine partita sono 81 sul tabellino. La folla è in delirio ed espone cartelli con su scritto “M. V. P.”. Quella partita non la dimenticherò mai. Ho il DVD a casa e ogni tanto sento il bisogno di guardarla. Ora più che mai, quel bisogno di rivedere il ragazzo prodigio che osò marcare e sfidare Michael Jordan all’ All Star Game, è forte. In me e in tutto il mondo. Il bisogno di ammirarlo ancora e per sempre danzare sul parquet. O a bordo campo, a sostenere la Sua squadra. Sono sempre stato un Laker e non c’è nessuno che mi abbia spinto a imitare qualcuno e ad amare uno sport più di Kobe Bryant. Nessuno. Nessuno che mi abbia ispirato, fatto incazzare, godere e appassionate alla pallacanestro quanto lui. Il poster di Kobe che stampa una schiacciata in faccia ad Howard, in camera mia da anni, è solo una delle tante prove. Uno dei tanti grazie, che arrivano da un fan e da altri milioni in tutto il mondo. Perciò grazie. Per aver mostrato la tua arte e la tua poesia. 

Questo è l’ultimo ringraziamento e saluto al Black Mamba, a sua figlia e a tutte le vittime di questo terribile incidente. 

Nella Hall of Fame, due maglie sono tante, ma non abbastanza. 

Mamba for Life.

Con affetto, da Giovanni Piretti.