Un’opera personale che ci dice tanto.

Questa non è una recensione. È una impressione. È una sensazione. È un qualcosa che viene fuori da una mente ancora abbastanza calda, ma meno di ieri.

Allora cosa credo che abbia fatto e voluto fare Tarantino con questo film?

A mio avviso, il regista ha elevato la sua arte e la sua idea di cinema. Lui, che spesso è stato definito “un grande sceneggiatore più che un grande regista” per la sua capacità di descrivere storie molto intriganti e coinvolgenti e di caratterizzare personaggi al limite con estrema credibilità, questa volta ha puntato su altro. 

Questa volta, a mio parere, i personaggi sono molto interessanti, ma non in quanto tali o grazie ad una storia particolarmente brillante. A mio avviso storia e protagonisti erano soltanto un pretesto. Perfino l’idea di rendere giustizia da un punto di vista storico-scenografico ad un periodo particolare e di cambiamento per gli USA, era un pretesto. Era importante per i temi che voleva affrontare, nient’altro. Lo si intuisce nel finale. Infatti, sempre a mio parere, non contano troppo le trovate stilistiche di montaggio per rendere certe scene incredibilmente comiche e efficaci esprimendo l’aggressività della regia (che qui in realtà è più cauta per la maggior parte del film) in alcuni momenti esilaranti. Non contano molto le inquadrature particolari che fanno impazzire per bellezza e tecnica. 

È il senso, ciò di cui importa a Tarantino e che pesa di più nella pellicola. E lo mostra così per sé stesso e poi per parlarne agli altri. Secondo un Suo punto di vista. Una visione da un punto di vista politico sociale, che si intreccia con quella che è la visione del cinema. 

L’America è arretrata e rimasta a vecchi canoni, sia nel cinema che nella mentalità. Rimasta bigotta nel modo di pensare e nel modo di girare. E il cambiamento spaventa Rick Dalton (DiCaprio), che di due cose ha fondamentalmente paura: dell’evoluzione del cinema che lo lasci indietro; degli hippie, strani, incomprensibili, che falliscono miseramente in un’America troppo malata di violenza per non farsi risucchiare. 

Rick “bastardo” Dalton

Quest’ultimo punto raggiunge il suo massimo nella scena (SPOILER piccolo) in cui i seguaci di Manson sono in macchina a parlare di omicidi. “Ammazziamo quelli che ci hanno sempre mostrato la violenza in tv”. La citazione non è esatta ma il concetto è quello. Chiaro esempio di fallimento di un’America non ancora pronta e troppo ancorata alle logiche Western della vendetta e della prepotenza (come il personaggio di Pitt ci insegna, ma vediamo più avanti…). In più qui si intravede una critica molto personale di Tarantino a chi gli attribuisce l’etichetta di “violento e portatore di malsana violenza”. Come se dopo un suo film andassimo tutti ad ammazzare qualcuno. Però, come detto prima, lucidamente mantiene vivo il tema della violenza come abitudine culturale che ha essa stessa influenzato il modo di fare arte per troppo tempo; non a caso il personaggio di Al Pacino invita Rick a recitare in un Western in Italia, dove lo stile e anche l’ottica di un Corbucci (o di un Leone) è molto più ampia. 

Django di Sergio Corbucci

Questo punto si lega con il tema principale: il cinema, la sua evoluzione e il suo significato profondo anche in un genere apparentemente poco raffinato (io lo adoro) come il Western. Un genere in realtà ampissimo e troppo ridotto ad uno stereotipo. 

Allora Tarantino cosa fa? Lo critica, pur essendone un amante e uno sviluppatore e, allo stesso tempo, lo elogia. 

Decide di prendere il mondo Western e quegli stereotipi e li deride, ne fa una parodia. Come detto deride anche tutto ciò che c’è dietro: attori, produttori, set, dinamiche di realizzazione di un qualcosa che era diventato più un’industria fine a sé stessa (e al denaro) ed esaurita nella sua capacità ei rigenerarsi nella creatività. 

Hollywood. 

Ma ciò che gli interessa di più, sempre a mio parere, è un viaggio personalissimo all’interno di questa America che sarebbe stata perfetta per un Western. 

Pensiamo all’odio razziale ancora molto diffuso e a quanto questo fosse stato anche riportato nei film. Quentin sembra prendere in giro i cliché del genere, ma in realtà li sviluppa, li evolve (come ha sempre fatto e come fece il suo idolo Leone prima di lui proprio in quegli anni) e li rende arte, li rende magia in maniera subliminale in tutta la storia. Perché i tempi dilatati in macchina (come fossero cavalli per attraversare il deserto), le vicende dell’intreccio e lo stile con cui si raccontano, trasformano la storia del ’69 in un Western. Tutto ciò che è del genere è una parodia. Tutto ciò che non è del genere diventa del genere.

I personaggi ricordano due cowboy alla ricerca di fortuna. Cliff Booth (Brad Pitt) che si trova in un vecchio set abbandonato e in cui abita la setta di Manson, cerca di portare a termine un obiettivo giusto e incontra un impedimento sulla sua strada. Allora è costretto a risolvere la contesa. E tutti lo fissano. E quando gli viene fatto un torto, cerca di vendicarsi. Tutto a causa di una “fanciulla”. E poco importa se siano macchine o cavalli. No. No, in realtà importa, perché a un certo punto le atmosfere anni ’60 e del selvaggio West si fondono, come nella scena precedente, confondendo cosa sia l’uno e cosa sia l’altro. Ma in realtà quello è stato il momento di rivelazione per me. Mi è arrivato il messaggio. Chiaro.

Cliff Booth, nella scena dall’atmosfera da selvaggio West

D’altronde, la “fanciulla” in pericolo c’è ed è Sharon Tate, la cui vita si intreccia veramente con quella di Rick e Cliff solo verso la fine, quando il Western Tarantiniano deve giungere a conclusione e il sangue deve scorrere. La ragazza appare però emancipata, aperta mentalmente e veramente libera rispetto alle seguaci di Manson, un po’ come per dare una speranza.

E il senso viene fuori appena prima e appena dopo il finale, con un paio di momenti di tensione incredibili e un colpo di scena molto forte ma che è perfetto per la tesi del regista. Il ritmo, forse, è l’indizio principale. Più lento di quasi tutti i suoi film, come per dire “prestate attenzione anche al contenuto non solo alla forma”. E anche per dire “pensavate parlassi dei Western, ma in realtà ci siete dentro!”.

Tarantino ha capito l’importanza di un Leone che ha ribaltato le idee politiche presenti in maniera consolidata in un tipo di film. Ha capito l’importanza del contesto nelle opere d’arte e l’importanza delle opere d’arte per migliorare il contesto. In maniera attiva e usando ciò che si vede per pensare. Così si capisce perché inserisce la violenza nei suoi film (ovviamente anche perché lo/ci diverte). 

SPOILER :

Gli hippie assassini (chiaramente l’ironia critica del far sembrare che tutti gli hippie siano stronzi è incredibile, come anche di come tutti gli altri siano avversi a questi tipi strambi e portatori di cambiamenti non convenienti per i vecchi e straricchi cittadini americani), entrano in casa di Rick trovando il bigotto Cliff (per giunta su di giri) che li aveva infastiditi nella scena tipicamente Western. E dunque, Tarantino, che cerca di raccontare un periodo storico, distorce e cambia gli eventi facendo sembrare che fosse un fatto personale, una vendetta (inaspettata) che diventa tale proprio come in una contesa finale di quale genere cinematografico? Il Western.

Con l’epilogo e il salvataggio di Sharon, diventa chiaro per l’ennesima volta che per Tarantino questo non fosse un film storico, ma autobiografico e politico.

Racconta un periodo storico con estrema fedeltà, ma la storia non è importante. È importante il suo significato. E, allo stesso modo, non è importante il cliché del Western. È importante in che situazione fosse l’arte cinematografica. Ovvero quasi alla morte creativa. Ed è importante il rinnovamento, per mezzo della linfa della creatività artistica, di un genere e di un’arte (la settima) che Tarantino ama più che mai. 

PS: ho detto la parola “Western” tre miliardi di volte.

Era necessario ed è stato anche piacevole.