Sul palco lo sgabello, con sopra una bottiglietta d’acqua, il classico set-up.

L’uomo è in piedi, un faro lo illumina ed in mano ha un microfono.

Scherza sugli omosessuali, i “ricchioni”, i “finocchi”, molti ridono, qualcuno applaude.

Attacca gli esponenti di Governo, grida sul Parlamento, la folla è in delirio, si preannuncia un grande spettacolo.

Prende una pausa di dieci secondi, beve un po’ d’acqua, il pubblico è ormai caldo.

Comincia a parlare di disabilità, scherzando sulla sindrome di Down.

La coppia in terza fila è sbigottita, un uomo storce il naso, l’anziana signora fa no con la testa: lo spettacolo è finito.

Il faro si spegne mentre il gelo cala sulla platea, le persone si alzano e procedono verso l’uscita.

È troppo presto.

Il giorno dopo, in Italia, sbanca al botteghino il nuovo film comico che vede protagonisti sul grande schermo due attori che avevano smesso di lavorare da tempo.

Due attori che hanno fatto della donna dell’est Europa, uno stereotipo di prostituzione e ninfomania, in pellicole che presentano nudità gratuite fino alla nausea, con annessa analisi del sesso presentato come l’unica prerogativa per reputarsi dei grandi uomini, nella nostra società.

Allora cosa c’è di sbagliato nella Stand-up comedy?

La risposta è semplice: il pubblico.

La comicità in Italia è sempre stata un pendolo oscillante tra il sesso e la politica, esasperando e gonfiando entrambi gli argomenti fino all’inverosimile e talvolta, diciamolo, all’insopportabile.

Il problema della Stand-up comedy è che si occupa di qualcosa che agli italiani pare non interessare molto: il sociale.

Louis C.K., Ricky Gervais, Jim Jeffries e tantissimi altri, parlano costantemente di tematiche sociali quali la detenzione d’armi da fuoco, l’immigrazione, la religione, l’eutanasia, l’aborto.

Tutte tematiche di cui in Italia non si parla, dato che ultimamente, a ben vedere, argomenti di questo genere vengono “lanciati” sulla folla, già confezionati con annessi i pro, i contro, e le solite frasi di rito.

Qualcuno è d’accordo, qualcun altro è in disaccordo, l’unica cosa che si evita di fare, però, è affrontarli, questi argomenti.

Continuiamo semplicemente a gridarceli in faccia belli e pronti, fino a che non perde più chi non ha una buona conoscenza, perde sempre e solo il primo a non volersi rovinare la giornata.

È tutta qui che sta la grande differenza: mentre in Italia il concetto di comicità rimanda alla distrazione, allo svago, ad accantonare il problema, all’estero è sempre più forte la necessità di mettere in primo piano i problemi, anche scherzandoci su.

C’è una membrana tra noi e il resto del mondo, una membrana che è sempre più vecchia, sempre più spessa.

Questa nostra diffidenza nei confronti di ciò che è lì fuori, ci porterà a diventare ottusi.

Noi siamo stati l’Italia di Pierino ma a distanza di trent’anni è tempo di andare avanti, perché continuiamo a restare fermi?

Esiste una sorta di piccolo mostro all’italiana, che oggi più di ieri (anche a causa dei social network) sembra dominare sulla scena del libero pensiero: “Ciò che secondo me non è bello, non deve essere bello per nessuno”.

Il gioco è fatto, in tal modo qualsiasi discussione è morta sul nascere, nessuno cambierà l’idea di nessuno.

Il problema, rapportato a spettacoli di questa levatura, è che una Echo chamber non vale nemmeno il prezzo del biglietto.