Oggi più che mai inserite le cuffiette e alzate, letteralmente, il volume del vostro dispostivo e avviate il file audio che trovate qui sotto, ne vale la pena. 

Fossi in voi, per sicurezza, un fazzoletto lo prenderei.

 

20 luglio 2017, un giorno come tanti altri, O.J. Simpson, ex-pugile accusato di omicidio, otteneva dopo un lungo processo la libertà condizionata, e il Milan presentava ufficialmente il difensore Leonardo Bonucci,
acquistato dalla Juventus. In serata però il mondo musicale e non viene sconvolto da una notizia, dapprima riportata dal blog TMZ, che molti speravano si rivelasse l’ennesima bufala: Chester Bennington, frontman dei
Linkin Park, viene trovato morto alle 9:08 (ora locale) nella sua abitazione a Palos Verde, California.

Il web esplode, tra cordoglio e speculazione, ma la notizia è confermata: Chester non è morto per un malore, o per una rapina finita male, ma si è suicidato, impiccandosi, lasciando moglie e sei figli, oltre che i fratelli della sua band e milioni di fan in tutto il mondo.

Questo articolo però non vuole essere un threnos dedicato a Chester (anche perchè ne trovate uno qui – Quando la fama non basta -), piuttosto un’esaltazione della vita e della musica che Chester e i Linkin Park hanno regalato al mondo.

Il progetto Linkin Park nasce nel 1996 a L.A. grazie al mitico incontro tra Chester e Mike Shinoda, sotto il nome di Hybrid Theory, dalle tendenze nu metal che esordisce con un EP omonimo.

Dopo anni di peripezie a livello economico e musicale, il gruppo trova unastabilità e prende vita, allo scoccare del nuovo millenio, l’album Hybrid Theory, primo vero album dei neo-rinominati Linkin Park: è un esordio pazzesco, un ingresso prepotente nel mondo della musica, un disco segnato a diventare il primo di una serie di successi, con una tracklist letteralmente devastantante, basti pensare a pezzi come Papercut, One Step Closer, Crawling e la celeberrima In The End, brano iconico della band e manifesto degli anni duemila e che parla dello scorrere infinito del tempo, e della vacuità dell’uomo che nulla può, mescolando rap e metal in un connubio da brividi.

L’album è rabbia, odio verso una società di ideali fittizi, gara con se stessi e supremazia del più forte. L’unico nemico dell’uomo è l’uomo stesso.

 

“I’ve felt this way before, so insecure
Crawling in my skin, these wounds they will not heal
Fear is how I fall, confusing what is real”

[mi sono già sentito così, così insicuro
strisciando nella mia pella, queste piaghe non guariranno
sono caduto per la paura, confondendo ciò che è reale]

– crawling –

 

Tre anni di lavoro ed ecco che Meteora riporta i Linkin Park al centro dell’attenzione: sonorità simili al precedente lavoro e ancora più grinta, che rende inutile ogni parola di commento se non perfetto: Somewhere
I Belong, Faint, From The Inside, Numb, Breaking the Habit, appena metà di una tracklist che lascia poco al caso, una storia raccontata traccia dopo traccia, con al centro l’eterna lotta tra bene e male, sempre più intima
nei testi magistralmente riportati su musica.

 

“I will never know myself until I do this on my own
And I will never feel anything else until my wounds are healed
I will never be anything till I break away from me
I will break away, I’ll find myself today”

[non conoscerò mai me stesso, finchè non proverò a farlo da solo
non sentirò più nulla finchè le mie farite non guariranno
non sarò mai nulla, finchè qualcosa in me stesso non cambierà cambierò, troverò me stesso oggi.]

– somewhere I belong –

Nel 2007 è la volta di Minutes to Midnight, dove il sound è leggermente diverso: la band si discosta dai lavori precedenti, iniziando a sperimentare ma non troppo, e anche le tematiche inziano a spaziare tra guerra,
violenza, depressione, come emerge da tracce come Leave Out All The Rest, What I’ve Done, Shadow of the Day e No More Sorrow.

 

“In this farewell, there’s no blood, there’s no alibi
‘Cause I’ve drawn regret, from the truth of a thousand lies
So let mercy come and wash away…

What I’ve done, I’ll face myself, to cross out what I’ve become

Erase myself and let go of what I’ve done”


[In questo addio, non c’è sangue, non ci sono alibi
perché ho collezionato rimpianti dalla verità di migliaia di bugie
quindi lascia che la misericordia venga e lavi via

ciò che ho fatto, affronterò me stesso per uscire da ciò che sono diventato
cancello me stesso e lascio andare ciò che ho fatto]

– what I’ve done –

 

A Thousand Suns è il quarto album della band, rilasciato nel settembre 2010: i fan sono da sempre divisi su questo disco, mentre alcuni lo considerano troppo lontano dai primi lavori della band, altri lo reputano un
capolavoro di elettronica e sperimentazione. The Catalyst è senz’altro la traccia più valida, in un disco che contiene un forte riferimento politico e storico, che quindi richiede una melodia più soft.

“God save us everyone

Will we burn inside the fires of a thousand suns
Like memories in cold decay, transmissions echoing away
Far from the world of you and I, where oceans bleed into the sky

Lift me up, let me go”
[Che Dio ci salvi tutti
bruceremo nel fuoco di migliaia di soli

come ricordi nel freddo decadimento, trasmissioni che echeggiano via
lontani dal mondo di me e te, dove gli oceani sanguinano nel cielo.

Innalzami, lasciami andare.]

– the Catalyst-

Dopo due anni di lavoro e di esperimenti con la musica elettronica, nel 2012 la band rilascia Living Things, disco in cui le vecchie sonorità vengono rispolverate e abbinate a quello che è un magistrale lavoro di
tecnologia e mixaggio: Lost in the Echo, Castle of Glass e Burn It Down sono esempio perfetto di questo abbinamento, oltre che parlare di argomenti come la perdita di persone care, la nostalgia, la sofferenza, il riscatto dopo fallimenti e fallimenti.

 

“ n these promises broken, deep below
Each word gets lost in the echo
So, one last lie I can see through
This time, I finally let you go”
[tra queste promesse infrante, nel profondo
ogni parola si perde nell’eco
e per l’ultima volta, posso vedere attraverso,
stavolta finalmente ti lascio andare]

– lost in the echo –

 

Dopo una serie di collaborazioni con DJ di calibro internazionale e artisti vari, nel 2014 prende vita The Hunting Party, album a cui collaborano Page Hamilton degli Helmet, il rapper Rakim, Tom Morello e Daron Malakian dei System of a down.
Ultimo lavoro del gruppo è One More Light, un album esteticamente raffinato che segue la falsa riga degli ultimi lavori, con tracce di stampo pop rock che hanno fatto ribellare non pochi fan, ormai stufi della
monotonia degli ultimi singoli. Heavy, Good Godbye, Talking to Myself sono la sintesi perfetta di un album che, purtroppo, passerà alla storia come il messaggio d’addio della band.

 

“All the walls that you keep building
All this time that I spent chasing
All the ways that I keep losing you
The truth is, you turn into someone else
You keep running like the sky is falling
I can whisper, I can yell, but I know,
yeah I know, yeah I know, I’m just talking to myself”


[Tutti i muri che continui a innalzare
Tutto questo tempo trascorso ad inseguirti
Tutti i modi in cui continuo a perderti
La verità è che ti stai trasformando in qualcun altro
Continui a correre come se il cielo stesse crollando
Posso sussurrare, posso urlare

Ma lo so, si lo so, lo so, sto solo parlando a me stesso]

– talking to myself –

 

Il vuoto lasciato dal suicidio di Chester è immenso, incolmabile. Due anni fa non è morto solo il leader di una band, un artista poliedrico ed una voce inimitabile, ma è morta una parte della nostra generazione, cresciuta con le canzoni dei Linkin Park nel lettore mp3 prima, su Spotify poi. E ad oggi, riascoltando l’immenso corpus di brani firmati Bennington, sono lacrime e brividi ad ogni nota.

Ciao Chester, ci manchi.



“Who cares if one more light goes out? Well I do”

 

Quello che avete appena letto è l’ultimo appuntamento con #CarRadio (per ora), la mia personalissima stazione radio che nel giro di qualche mese vi ha portati a conoscere il lato nascosto della musica.

Questo articolo va a Paolo, il primo a credere nella rubrica.

Questo articolo va ad Emanuele, che ringrazio per il suo splendido e puntuale supporto grafico.

Questo articolo va a te, che mi leggi per la prima volta o che sei un veterano, grazie per il tuo supporto, tornerò più carico di prima, te lo prometto.

E infine, questo articolo va a Chester, ovunque tu sia, ci manchi, riposa in pace.