“sono così indie che uso la parola indie da dieci anni
e nessuno ha ancora capito che cosa vuol dire”

Cosa significa essere indie? A quanto pare non lo sanno nemmeno loro, fatto sta che cinque ragazzi di Bologna (Lodo, Carota, Bebo, Albi e Checco) sono passati dall’essere dj di una piccola stazione radio al
costruire una carriera musicale che li ha visti calcare il palcoscenico dell’Ariston.

Come? Essendo indie.
Il termine indie nasce dall’inglese indipendent, termine che sta ad indicare tutta la musica registrata senza l’ausilio di una major discografica ma, appunto, indipendente, diventando poi un vero e proprio genere musicale in costante evoluzione insieme ai suoi sottogeneri (indie-rock, indie-pop, indie-rap).

In scena dal 2011, Lo Stato Sociale si è da sempre reso protagonista di una sottilissima critica politica intrinseca nelle proprie canzoni (diciamo che il nome del gruppo non è affatto casuale, anzi), condita da una pungente satira che però non è mai sfociata in vera e propria propaganda.
Un esempio calzante della loro “anti-politica” è presente nel singolo Sono così indie 2018, estratto dal loro “best of” Primati, pubblicato dopo la partecipazione a Sanremo, che contiene tutte le migliori tracce del gruppo bolognese. Sono così indie 2018, oltre ad indicare che è indie (quindi fa figo) andare a Sanremo ma arrivare secondi e lamentarsi dei brogli, non dire le parolacce, farsi produrre il pezzo da Avicii che poi ti ruba la bici, è il resoconto della carriera del gruppo, sette anni in cui lo scenario musicale
italiano è cambiato radicalmente, così come la politica:

Bebo: “E ora che sono un cittadino italiano anche io mi lamento quanto cazzo mi pare! E i 35 euro al giorno a quelli là, e gli stipendi d’oro a quegli altri, e Mentana da CasaPound perché siamo tutti uguali se legittimati democraticamente.”

Non è l’ideologia, tanto meno le dichiarazioni emesse dal politico di turno, è il ciclone mediatico populista che si scatena ad essere accusato da Bebo, sottolineando come troppo spesso si cade nella trappola della cattiva impressione ignorando completamente il contenuto di una canzone, o di un discorso politico, con l’unico fine di scatenare una futile polemica:

Bebo: “E allora? Il reato di tortura in Italia?
E la polemichetta sul nuovo singolo! Commerciale!
Il Jobs Act? E la polemichetta sul nuovo singolo! Venduti!
Le libertà civili? E la polemichetta sul nuovo singolo!
Sfigati, se vi interessaste di quel che vi succede intorno
persino la musica vi sembrerebbe più bella!”

Prima della fine della canzone, c’è spazio per ironizzare sulla questione delle fake-news e su coloro che puntualmente non le riconoscono:

Bebo: “Tolgo le scarpe fluo del noto calciatore e giro a piedi scalzi
Ha detto Jovanotti che è una roba green, ecocompatibile, e non ti puzzano i piedi!”
Jovanotti: “Siete così indie che credete a tutte le cazzate che leggete in rete!”

Nel 2014 il gruppo bolognese ha rilasciato l’album L’Italia peggiore, inserendoci una traccia che già dal titolo, Questo è un grande Paese, rimanda all’ironia che li caratterizza quando si parla di un paese costantemente in bilico tra sviluppo culturale e baratro dell’ignoranza.
In collaborazione con il rapper romano Piotta, Questo è un grande Paese sembra una vera e propria promozione turistica dell’Italia, dove si magna bè, si beve bè, ma sopratutto se ci nasci non hai diritti, se ci muori funerali di Stato e puoi disoccuparti da Milano a Roma in meno di tre ore. La satira non risparmia nessuno, politici di qualsivoglia partito, religiosi bigotti, leoni da tastiera:

Da noi ogni promessa è debito pubblico! Errare è umano, perseverare è ciellino!
Parlamentari che si dimettono in massa
alle 19 dando inizio all’ happy hour!
Partiti che ti chiedono
4 € per votare alle primarie inclusa bevuta per dimenticare,
ministri che parlano otto lingue contemporaneamente!
Morti che fanno tendenza
, cattolici che praticano yoga!”

Il tutto genera una visione demenziale (ma non troppo) della società italiana, lasciando però spazio alla speranza che un giorno i luoghi comuni dell’italiano medio che canta una serenata in dialetto davanti ad un piatto di spaghetti al pomodoro possa sparire definitivamente. Come? Attraverso i luoghi comuni che ci rendono famosi (se di fama si può parlare) in tutto il mondo:

“E a tutti quelli che hanno guardato l’Italia dandone una versione caricaturale e lontana dalla realtà, io li invito a venire a godere di qualcosa che in questo ventennio
evidentemente non siamo riusciti a distruggere
Ovvero il sole, il mare e la migliore cucina del mondo!”

Ma tutti i buoni propositi crollano quando ci si accorge che è impossibile distaccarci da una tradizione che, se da un lato ci umilia, dall’altro inizia a farci quasi piacere e, nonostante il netto cambio generazionale, non sentiamo il bisogno di cambiamenti radicali nelle nostre abitudini, non siamo aperti a discostarci definitivamente da una realtà dove c’è gente che non hai soldi per comprarsi la cover dell’I-phone con le orecchie da coniglio, o dove la Destra e la Sinistra non esistono più.

Siamo ancorati a ciò che in realtà non siamo mai stati, se non agli occhi del resto del mondo, concetto perfettamente sintetizzato nella frase:

“avete chiesto il cambiamento?
Mi spiace, oggi serviamo solo merda.”

Ma forse non è tutto cosi scontato, forse l’Italia è un paese culturalmente/politicamente indie, cioè non sappiamo nemmeno noi cosa siamo, ma fa figo.

Brani consigliati:
Questo è un grande Paese ft. Piotta
Sono così indie 2018
Amarsi male
Eri più bella come ipotesi
Cromosomi