Ci sono un cantante, un chitarrista, un bassista ed un batterista in un pub di Los Angeles.

Sembra l’inizio di una barzelletta, eppure è l’inizio di un progetto musicale, nato dall’unione di quattro validissimi musicisti e dallo scioglimento di un piccolo gruppo hard-rock, destinato a far parlare di sé per oltre
vent’anni: i System of a Down sono un complesso musicale alternative-metal fondato a L.A. nel 1994, ma che getta le proprie origini letteralmente dall’altra parte del mondo, la lontana Armenia. Tutti e quattro i
membri (Serj Tankian, Daron Malakian, Shavo Odadjian e John Dolmayan), infatti, sono discendenti di superstiti del genocidio armeno, folle progetto di pulizia etnica compiuto per mano turca nel 1915.

Nelle loro canzoni i SOAD denunciano più volte tale tragedia, non puntando direttamente il dito contro i reali carnefici, ma piuttosto sull’indifferenza politica e mediatica su questa spinosa questione (nel 2019 circa la metà dei paesi ONU non riconosce tale genocidio, e nei libri di storia questa pagina non esiste).
Le tematiche di guerra e soprusi derivanti da essa è espressa da Tankian e co. nella canzone B.Y.O.B., contenuta nell’album Mezmerize. Il titolo stesso è un ironico (ma non troppo) richiamo alla guerra e all’entusiasmo che essa genera in alcuni settori dell’élite politica: giocando infatti con lo slang inglese, i SOAD usano una tipica espressione dei party studenteschi americani (B.Y.O.B. è acronimo di Bring Your Own Booze, letteralmente “portati le tue bottiglie”) e la trasformano in quello che somiglia ad un invito ad una festa mortale, Bring Your Own Bombs, da lanciare contro quello che allora era il principale nemico degli Stati Uniti, l’Iraq.
Il ritornello della canzone non lascia spazio ad equivoci, continua infatti il paragone della guerra ad una festa:

“everybody is going to the party, have a real good time
dancing in the desert, blowin’up the sunshine”
(stanno andando tutti alla festa, a divertirsi
danzando nel deserto, facendo esplodere il sole).

Il deserto sopra citato è quello iracheno, a divertirsi ed a ballare sono i soldati, la luce del Sole non è altro che il bagliore generato dall’esplosione di ordigni.
La canzone si chiude con un grido di rabbia e frustrazione, in cui si invitano i veri responsabili dei conflitti a “vedersela” da soli, non coinvolgendo nei loro progetti di guerra i più poveri:

“Why don’t presidents fight the war?!
Why do they always send the poor?!”
(perché i presidenti non combatono la guerra?!
Perché mandano sempre i poveri?!).

La testimonianza più cruda però è presente in P.L.U.C.K., testo che si fa portavoce del grido di dolore dell’intera popolazione armena.

“a whole race genocide, taken away all our pride
a whole race genocide, watch them all fall down!”

(è il genocidio di un’intera razza, ci hanno portato via il nostro orgoglio
è il genocidio di un’intera razza, guardali tutti cadere giù!)

Senza censure, cosi come la storia dovrebbe essere insegnata alle nuove generazioni, è il testo composto dai SOAD, tre minuti di ingiustizia urlate fino a perdere la voce, in modo da penetrare anche al più insensibile degli ascoltatori, un sussulto di disperazione, il grido di chi ha perso tutto, anche la voce.
Strazianti sono le parole che accompagnano chi ascolta alla fine del pezzo:
“The plan was mastered and called genocide,
took all the children and then we died,
the few that remained were never found.”
(il piano fu eseguito e chiamato genocidio
presero i nostri figli, e poi morimmo,
i pochi rimasti non furono mai trovati.)

Anche l’abuso di droga è un argomento ricorrente nelle canzoni dei SOAD: Daron Malakian ha spiegato in un’intervista che la canzone Chop Suey! parla appunto della dipendenza da sostanze stupefacenti, non
riferendosi ad essa come una piaga, bensì come una scelta compiuta da se stesso, allo stesso tempo giudice, giuria e boia, che lo condurrà inesorabilmente alla morte
Il titolo originale della canzone era infatti Suicide, ma la band in seguito lo cambiò, perché preoccupati dalla possibile gogna mediatica, in Chop Suey!. La peculiarità della canzone sta nella disperata richiesta di un briciolo di salvezza che è l’ultimo ritornello, nel quale Tankjan si rivolge direttamente a Dio usando le parole che Cristo pronunciò poco prima di morire sulla croce:

“Father, father! Father, into your hands, I command my spirit
Father into your hands, why have you forsaken me?
In your eyes forsaken me? In your thoughts forsaken me? In your heart forsaken me?
(Padre, padre! Padre nelle tue mani raccomando il mio spirito
Padre, nelle tue mani, perché mi hai dimenticato?
Mi hai dimenticato nei tuoi occhi, nei tuoi pensieri,
nel tuo cuore, perché mi hai dimenticato?)

Il grido di protesta dei System of a Down non è stato ignorato e, anche grazie alla loro musica, ad oggi l’Armenia ha compiuto notevoli passi in avanti nel restituire dignità e riconoscenza ad oltre un milione di
innocenti ingiustamente privati non solo della vita, ma anche del diritto di essere ricordati da un popolo che, a più di un secolo di distanza, è ancora alla ricerca di giustizia. Morti senza nome, angeli, vittime di
una triste pagina di storia, ma tornati alla vita tra le note di una canzone.

Brani consigliati:
B.Y.O.B.
Toxicity
Chop Suey!
P.L.U.C.K.
Lonely day