A volte siamo portati a credere che alcune persone siano immortali, soprattutto quando riescono a interagire con la vita nonostante nove decenni stretti tra le mani.

 

Dal 17 luglio 2019, e per sempre, l’Italia piangerà la morte di uno dei più eclettici artisti della nostra terra: Andrea Camilleri. 

 

Camilleri non è stato semplicemente il padre del commissario Montalbano, ma, tanto erede fedele quanto antitesi, di autori suoi conterranei: Pirandello prima e Sciascia poi; questi ultimi hanno nomi forse più ridondanti del suo, ma non per questo più importanti.

 

Il giallista merita un posto di rilievo per i suoi trent’anni di attività letteraria e cinquantotto libri pubblicati dal 1978 al 2008, senza contare le centinai di articoli, prefazioni, poesie, interviste, spettacoli teatrali e presentazioni non raccolte in volume. L’ ultima pubblicazione è stata ‘km 123’ e risale a una manciata di mesi fa. 

 

Considerata la mole ma soprattutto la qualità, possiamo dare il merito a Camilleri di essersi consacrato al pubblico con lo sforzo produttivo più spettacolare realizzato in Italia dal dopoguerra ad oggi. Dopo Pirandello nessuno ha più pubblicato così tanto. Eppure, Giudo Baldi, autore di un famoso manuale di letteratura, dichiara lo stato di stallo in cui versa la nostra letteratura a partire dal 1980, senza mai fare accenno al genio espressivo di questo autore.

 

Camilleri è diventato un classico prima ancora di morire, la sua fama lo ha preceduto e “se la critica lo ha accarezzato appena, il pubblico lo ha osannato e baciato”. 

 

Sono due i punti fermi della sua scrittura: la Sicilia e il dialetto figlio della sua terra. 

 

Quando si chiedeva lui che rapporto avesse con Porto Empedocle, i suoi occhi vigili si riempivano di matura nostalgia: 

sono così, attaccato alla mia terra; vado giù per farmi solo una passeggiata al porto, come fa Montalbano, per sentire i vecchi odori che ancora rimangono, nonostante il kerosene. Ci sono zone del porto che sanno di acqua stagnante, di corda bagnata, di nafta, di pescherecci.

 

Nei suoi libri nessuno va via dalla Sicilia. Montalbano non va via per timore di perdere la lucidità e la capacità di sbrogliare la matassa; a Montalbano serve la nuotata in mare, serve la terra riarsa e la sua primordialità.

 

In quanto al dialetto: 

 

devo dire che un certo interesse per il dialetto l’ho sempre avuto. Io avevo una nonna, Elvira, che mi leggeva non solo ‘Alice nel paese delle meraviglie’, ma mi recitava anche a memoria le poesie dell’abate Meli. Ricordo che mi piaceva molto sentire il suono del dialetto, per cui stavo lunghe ore a sentirla. A casa mia del resto si parlava esclusivamente il dialetto e solo dopo molto tempo si è cominciato a parlare anche italiano. 

 

Nei romanzi di Montalbano non vi è la stessa carica dialettale dei romanzi storici, ma spesso lascia il lettore solo a cercare di dare un senso a termini che non si trovano neppure nel vocabolario siciliano, semplicemente perché ha fiducia nel suo lettore. La sua scrittura è il suo limite e la sua fortuna. 

La nostra letteratura è piena di autori, oggi classici, tacciati d’essere ignoranti in fatto di lingua, ma il maestro risponderebbe che si è affascinati dal proprio dialetto, “volendo si può!”

 

Da Camilleri bisognerebbe imparare a resistere agli urti: negli ultimi anni è stato preda della cecità e alla soglia dei 90 anni, nonostante la vita l’avesse mutilato togliendogli la possibilità di guardare al presente, lui aveva lo spericolato coraggio di guardare e progettare il proprio futuro. 

 

Benché nel suo studio romano Camilleri scrivesse di ‘cose di Sicilia’, ha precisato:

 

Io dico che sono un italiano, perché prima di essere siciliano appartengo ad una nazione che si chiama Italia […]; dopodiché dico che sono nato in Sicilia, senza precisare però “sono nato in Sicilia”. Sono un italiano nato in Sicilia.

 

È difficile crederlo, ma attraverso i racconti della sua terra, Camilleri rappresenta l’Italia del nostro tempo e nei romanzi storici non fa altro che contestualizzare la nascita di alcuni atteggiamenti puramente italiani. 

 

Camilleri è nato il 6 settembre  1925 e non è mai morto. Se solo imparassimo a pensare alla condizione ciclica della nostra esistenza ci accorgeremmo che l’ inizio e la fine si ricongiungono inevitabilmente.

 

Passa il tempo sopra il tempo, eppure c’è qualcosa di enigmatico e speciale nel fatto stesso che mentre l’uomo è costretto ad andare, quello che lui porta a compimento ha la fortuna di poter restare.