Ci si interroga sul futuro di chi vive e lavora nel Regno Unito.

Se a inizio settimana l’annuncio di un accordo fra Ue e Londra aveva fatto tirare a tutti un sospiro di sollievo, il voto di sabato del parlamento britannico, che obbliga il premier Boris Johnson a chiedere l’ennesimo rinvio per il divorzio, ha riportato tutti nel panico del ‘no-deal’.

Stando a quanto dichiarato dal ministro dell’Interno britannico Brandon Lewis, coloro che non avranno completato la registrazione come residenti nel Paese – procedura possibile fino alla fine del 2020, in caso di uscita senza accordi – saranno espulsi.

“Se i cittadini dell’Ue non si saranno registrati entro quella data senza avere adeguate giustificazioni, si applicheranno le regole sull’immigrazione.”

Brandon Lewis, ministro dell’Interno britannico

Secondo i calcoli del governo inglese, gli europei nel Regno Unito sono 3,6 milioni, di cui 2 milioni hanno richiesto lo status di residenti. ‘The3Million’, gruppo che difende i diritti degli europei che vivono sul territorio britannico, ha alzato la voce contro quella che considera una vera e propria violazione dei diritti dei cittadini.

Non sarebbe la prima volta che il Regno Unito tenta di espellere immigrati regolari sulla base di lacune e crepe legali.

È dello scorso anno lo “Scandalo Windrush” che ha portato alle dimissioni della ministra del Lavoro britannica Amber Rudd. Una serie di inchieste giornalistiche mostrò come, fra il 2013 e il 2014, l’applicazione della cosiddetta politica ‘dell’ambiente ostile’ costrinse un gruppo di caraibici, immigrati nell’immediato dopoguerra o loro discendenti, a sopravvivere nell’illegalità. Queste persone, che in alcuni casi finirono persino in carcere, avevano lasciato la propria patria su richiesta del Regno Unito, bisognoso di manodopera, con la promessa di poter rimanere per sempre nel Paese.

Una serie di inchieste giornalistiche mostrò come, fra il 2013 e il 2014, l’applicazione della cosiddetta politica ‘dell’ambiente ostile’ costrinse un gruppo di caraibici, immigrati nell’immediato dopoguerra o loro discendenti, a sopravvivere nell’illegalità. Queste persone, che in alcuni casi finirono persino in carcere, avevano lasciato la propria patria su richiesta del Regno Unito, bisognoso di manodopera, con la promessa di poter rimanere per sempre nel Paese.

Da Londra, comunque, assicurano che la piattaforma per i cittadini Ue sta funzionando e che fino a oggi solo due richieste sono state respinte. Il 61% di coloro che si sono visti approvare la richiesta ha già ricevuto il “settled status”, o diritto di residenza permanente, riservato a coloro che, al momento della domanda, hanno raggiunto i 5 anni di permanenza nel Regno Unito.

“Gli italiani e gli altri europei che vivono nel Regno Unito sono nostri amici, i nostri familiari e i nostri vicini. Non mi stancherò mai di ripeterlo: vogliamo che rimangano, siamo molto grati per il valido contributo che offrono al mio Paese in molti ambiti.”

Hugh Elliott

Martedì è stata un’altra importante giornata.

In parlamento britannico. Si sono tenute due votazioni che hanno prodotto l’ennesima situazione di incertezza, ma almeno è un’incertezza nuova rispetto al recente passato: come ha detto lo speaker della Camera, John Bercow, la discussione sull’accordo di Brexit si trova ora in un “limbo”, in attesa di vedere cosa deciderà di fare l’Unione Europea.

L’ipotesi più probabile è che gli stati europei concedano un nuovo rinvio di Brexit, oltre la data attuale del 31 ottobre, per permettere al parlamento britannico di discutere con calma l’accordo su Brexit negoziato da Johnson.

Se dovesse essere concesso un rinvio, si aprirebbe la possibilità di nuovi scenari, per esempio quello delle elezioni anticipate.

Un percorso tutto in salita, i cui risvolti sono tutt’ora da determinare.