Roger Ailes tra televisione, politica e molestie sessuali 

“Il nostro pubblico lo adora e gli altri adorano detestarlo. E quindi, Bill, tutti lo guardano”.

(The Loudest Voice, Roger Ailes parlando di Trump)

Tempo fa, ad inizio anno, ebbi l’idea, poi accantonata, di scrivere un pezzo sulla mini-serie televisiva The Loudest Voice; questa narra un pezzo della vita di Roger Ailes e della storia della televisione e dei media in generale. Dai fatti narrati qui, più o meno vicini al reale svolgimento di essi che siano, si può imparare molto su cosa sia un caso mediatico, sulla funzione educatrice per vie soprattutto implicite e dai risvolti anche manipolatori del media per eccellenza e di tutti i successivi. 

Chiaramente quell’articolo è ora questo stesso articolo. E oggi prende vita poiché altro materiale mi è passato “sotto il naso”. E mi è venuta voglia di una riflessione più approfondita.

Ma andiamo per ordine: quanti hanno sentito mai parlare di Roger Ailes? E della serie? Scommetto pochi, nonostante il cast stellare e il tema rilevante. Io lessi qualcosa a riguardo solo quando cercai informazioni per scrivere di Vice, il film su Cheney, ex vice presidente degli Stati Uniti.

Partendo dal presupposto che valuteremo insieme The Loudest Voice e Bombshell in quanto testi, arte, tenendo solo sullo sfondo il contesto e la storicità e veridicità (piuttosto evidenti e verificabili, al di là di qualche nome cambiato) degli eventi, ci concentreremo su alcune differenze o analogie nel narrare la storia.

The Loudest Voice: il personaggio Roger Ailes è l’uomo che ha dato Fox un motivo per esistere e competere con i più grandi organi di diffusione di informazione politica del Paese. Da forte conservatore ha fornito all’area popolare, moderata e repubblicana un riferimento che quasi mai ha posseduto. La storia gira intorno alla figura di Russell Crowe, alla sua personalità, alla sua quotidianità e vita privata, alla sua salute, ma anche al suo lavoro e ai suoi segreti. Sappiamo del della sua infanzia difficile, della sua emofilia, della sua paranoica paura del terrorismo alla pari del socialismo, delle sue teorie complottiste, della sua ossessione per la protezione della famiglia. Nasce tutto da lì. Lo vediamo crescere fisicamente e metaforicamente. Dal biopic dunque si arriva ad un maggiore interessamento, in crescendo, nei confronti delle vicende degli scandali sessuali e delle accuse di molestie di alcune dipendenti e giornaliste (tra cui Naomi Watts, che in Vice faceva un cameo dello stesso ruolo praticamente). 

Bombshell: è un film il cui soggetto è quasi lo stesso: la storia di tre donne che rappresentano il mondo femminile all’interno della Fox e della società americana, soprattutto la fetta di orientamento conservatore. Ha un arco temporale meno ampio che si potrebbe collocare nella seconda metà di quello precedente e si punta l’attenzione sulla prima denuncia e poi sulla complessiva presa di coscienza di gran parte dello staff.

Nel dettaglio, dunque, potrei già correggermi: il “soggetto”, la trama, è molto simile; il “soggetto” protagonista, e con esso il punto di vista generale, meno.

In entrambi i testi, quest’ultimo pare esterno, se lo intendiamo specificamente come un “chi vede”, come focalizzazione, come sguardo; eccezion fatta per la sfumatura che nasce dalla tecnica narrativa e visiva del documentario-inchiesta (per chi si annoia leggendo di dettagli filmici, salti questa parte e vada più avanti).

L’occhio della macchina da presa in un documentario è più oggettivo di quello in un film di Scorsese ad esempio, ricco di virtuosismi che rivelano un’interpretazione; eppure non oggettivo come in un film classico, poiché gli zoom in movimento rivelano una natura di personalizzazione tipici dell’inchiesta soggettiva. Inoltre, le interpellanze del pubblico da parte dei protagonisti che “rompono la quarta parete”, ci ricordano proprio un certo tipo di cinema moderno, postmoderno e della New-Hollywood.

Ecco allora le prime fondamentali differenze nel modo di raccontare e in ciò che è raccontato, nel focus. La regia di Bombshell applica molto di più la tecnica sopra descritta e nonostante ciò il film è più classicamente (in senso lato) cinematografico e distingue meglio oggettive e soggettive, lo fa con un uso più evidente del mezzo nell’alternarsi e nel dilatare i tempi, nel concentrarsi su dettagli, quando lo ritiene opportuno. The Loudest Voice è più narrativa, ma anche più anonima, in quanto televisiva. Perciò più vicina all’idea originale di racconto-resoconto. Ma fortemente concentrata sui dettagli di e intorno al “capo”. 

Essendo entrambi i prodotti dei chiari ibridi, questi paradossi sono naturali. Anche perché entrambe raccontano una storia e non “la storia”. Cambia il perché in quanto cambia il punto di vista, stavolta inteso come “prospettiva” e in parte come “chi sa” (spesso diverso dal “chi vede”, in un linguaggio sincretico come quello filmico-televisivo. Ma su questo meglio approfondire seguendo autori come Casetti, Jost e Metz).

Esasperando certi comportamenti del CEO di Fox News e costringendoci ad entrare nella sua intimità e nella sua psicologia, siamo più coinvolti e allo stesso tempo riteniamo più credibile che un tipo del genere possa aver fatto queste cose “veramente”. I dettagli raccontati motivano le sue scelte. Allo stesso modo, in Bombshell, le tre donne che rappresentano in modo diverso il panorama femminile dell’azienda, ci mostrano come possano essersi sentite, come potesse essere vivere in una rete televisiva con tutte quelle paranoie e quelle direttive offensive e sessiste. Ci mostrano la necessaria e conseguente reazione con tanto di denunce e ci rendono anche qui credibile l’ipotesi che Ailes fosse davvero così. Lui (John Lithgow) appare molto meno, ma capiamo subito. Anche perché in alcune sequenze l’attenzione è ben controllata con rallentamenti e  tensione. 

Nella scena dell’ascensore, abbiamo le tre protagoniste finalmente riunite. Il tutto è raccontato molto stranamente e soggettivamente (forse inconsapevolmente o erroneamente? Penso di no), pur  non utilizzando alcuna inquadratura soggettiva. Questo perché, in breve, la protagonista per eccellenza, Charlize Theron, è solo la seconda ad essere seguita con un primo piano (raccordato prima di esso come una variante della semisoggettiva, del campo e controcampo); perché la ragazza più giovane e apparentemente meno menzionata, Margot Robbie, è la prima della quale si seguono gli occhi e le espressioni allo stesso modo, con stesso raccordo; infine perché la terza co-protagonista, Nicole Kidman, invece viene vista solo con oggettiva in questa fase, che si conclude incredibilmente con una vera soggettiva, di nuovo raccordata, di nuovo della Theron.

 Le ragazze sono la vera storia, il vero soggetto. Ailes è “soltanto” un antagonista.

D’altro canto, in The Loudest Voice c’è un maggiore uso di immagini-reperto. Ad esempio si sofferma moltissimo sulle immagini dell’11 settembre che contestualizzano. Vi è un ampio rimando al periodo storico-politico a seconda dei presidenti e delle fasi. Si scandisce e si organizza di più il tempo, che però non è comunque lineare, ma ne dà le apparenze soprattutto nella seconda parte.

E in Bombshell è pieno di ellissi narrative e funzionali, contrapposte a ad un paio di momenti estremamente realistici come la sequenza di fotografie con le testimonianze di alcune donne molestate. 

Dunque ancora contraddizioni derivanti dal racconto ibrido.

Chiaramente evidente e in comune, è l’investitura di valori positivi nei confronti delle donne in protesta e viceversa di valori negativi nei confronti di Ailes. Anche se nel film ciò è più esplicito e chiaro da subito, poiché abbiamo visto che sono proprio le donne le protagoniste.

Qui torna chiaro l’intento di questi testi. Spiegare trattare temi delicati, spiegare e criticare in che modo certe realtà vengano rese tali da uomini di potere e vengano mantenute nascoste da un’abitudine a ritenere certe condizioni tollerabili e socialmente e culturalmente diffuse (se non più dominanti). Non a caso lo stesso boss della Fox non si rende del tutto conto, in molte sequenze, che ci sia qualcosa di sbagliato nel credere in una presunta ovvia e naturale disparità tra uomini e donne, in un diverso peso nell’ambito lavorativo, in una diversa capacità di intraprendere una carriera, in un necessario debito che le donne avrebbero con gli uomini e che dovrebbero pagare con “lealtà” e assoggettamento. Tutte convinzioni profondamente radicate in vecchi conservatorismi.

 Inoltre viene affrontato indirettamente il complesso tema della bellezza e dell’uso di questa da parte degli uomini e delle donne. Queste vengono sottoposte a casting con giravolte e sfilate degne del capolavoro di Refn: The Neon Demon. Un’attenzione al trucco, alle gonne, alle gambe e ai reggiseni incredibile, soprattutto in Bombshell. La sequenza del casting di Margot Robbie è incredibilmente significativa, quasi una sparatoria in un western di Leone per la lentezza e la tensione che si percepiscono quando la ragazza viene incalzata dal CEO a tirare sù il vestito.

Non siamo certo di fronte a capolavori, ma a due lavori interessanti per gli spunti politici, nell’era del MeToo, del maschilismo logorante, del sano femminismo e anche di alcune derive nazi-femministe, del sessismo ancora troppo forte e al contempo della perdita di riferimenti con usi estremi del “politically correct”.

Si potrebbe discutere per ore della figura di una donna incredibilmente fedele ad Ailes fino alla fine: sua moglie Elizabeth…

Si potrebbe parlare di alcuni personaggi secondari.

Si potrebbe riflettere ancora sull’idea che il popolo “non voglia essere informato, ma sentirsi informato”, sul creare un nemico, una guerra e sul sapiente uso dei media e dello storytelling in questa direzione (in parte ne ho parlato in passato, ad esempio a proposito di Salvini, Berlusconi, Renzi o di Cheney, Reagan, Nixon, Bush…).

Dunque ciò che conta è portare all’attenzione due testi imperfetti ma interessanti, passati un po’ in sordina. Il resto sta a voi.

Buona visione.