La disobbedienza civile ha un passato nobile, battaglie, fallimenti e vittorie, presenta gradi e forme di lotta differenti capace di fornire alla consuetudine un modello teorico di grande forza.

Tuttavia il passato non basta a garantire il futuro alla disobbedienza. Perché la suddetta è una pratica seria che impone al disobbediente rigore e senso di responsabilità.

Forse la “vexata quaestio” si può far risalire alla non semplice discussione tra Antigone e Creonte, nella tragedia di Sofocle.

Naturalmente, finché ci sono pratiche che ci piacciono allora certamente siamo tutti Antigone. Eppure Sofocle ci teneva a far conoscere le ragioni di Creonte. In fondo è stato chiamato per ristabilire l’ordine a Tebe, perché i due figli di Edipo sono venuti alle mani e per il trono hanno sacrificato la loro vita.

Il contrasto tra Creonte e Antigone fornisce anche un base teorica alla disobbedienza: sì, tu vuoi seppellire tuo fratello? Ma lui ha tramato contro la città, con che faccia io vado dai parenti di quelli che sono morti combattendo per la città a dire che siamo tutti uguali?

La soluzione non è facile, richiede attitudine e gusto del ragionamento, ma senza questo insanabile contrasto tra individuo e società, senza alcune premesse, appunto, torniamo al punto da cui siamo partiti: a disobbedire sono buoni tutti. 

Invece il disobbediente è cosciente, c’è un insanabile contrasto e senza la  ricerca di scappatoie.

Non basta disobbedire o violare una legge.

Per trasformare la disobbedienza in attività politica, bisogna anche affrontare le conseguenze. Compito del disobbediente è inserire in contrasto, il portatore di diritti nuovi, con un’istituzione, ma non per sfizio  bensì per coinvolgere invece l’istituzione in un ragionamento.

Quindi occhio perché i disobbedienti non sono snob e nemmeno, figli di papà.

Esaminate le loro vite, spesso mostrano la peculiarità dell’ordinarietà, bravi ragazzi e ragazze, che non hanno mai fatto male ad una mosca. Tuttavia scelgono di violare la norma consci delle conseguenze.

Oltre al famoso Socrate la cui apologia bisognerebbe leggere anche per capire come può essere affascinante,  ma soprattutto necessario, sia per l’individuo che per la nostra società, il gusto del ragionamento, altri disobbedienti hanno violato una norma nel tentativo di cambiare una legge e poi scelto il carcere volontariamente, pensano, giustamente: le idee si rafforzano, se e solo se, si vivono nella loro pienezza ma soprattutto è necessario tener conto che il modo migliore per cambiare una legge è applicarla rigidamente.

I disobbedienti sanno che l’assoluto non esiste, anzi è la vera fonte di peri- colo. Con assoluto si intende una certa dinamica del potere e cioè, per l’appunto, il bisogno risolvere il mondo nel dualismo tra buoni e cattivi e di invocare “valori non negoziabili” per poi giustificarne le peggiori malefatte.

Il vero pericolo del potere, è la sua assolutezza, perché invade la sfera privata eliminando il gusto della lotta con conseguenze.

Gusto che dovremmo provare solo se ragionassimo sull’insanabile contrasto tra Creonte e Antigone.

Nel nostro presente, sarebbe necessario disobbedire alla tecnica del riflettore, o meglio nell’inquadrare ciò che nell’avversario è ridicolo e grottesco. 

Contro questa tecnica che nega sul nascere ogni ragionamento, rimuove il conflitto, e bisognerebbe individualmente disobbedire.

 

La conseguenza verremmo isolati.

 

Ma più isole, fanno un arcipelago.