Francis Bacon (1909-1992), Autoritratto, 1973, olio su tela, 198×147,5 cm

Implode silenziosamente l’anima, si accartoccia: senza più maschere Francis Bacon ci mostra tanto l’intimità del disagio quanto la sua universalità.

Nell’olio su tela “Autoritratto” (1973), l’artista irlandese si ritrae nella solitudine del proprio bagno e, dall’analisi di sé, giunge a dipingere la condizione dell’essere uomo. Seduto su uno sgabello, al centro della stanza spoglia, si appoggia ad un lavabo mentre le sue spalle si riflettono in uno specchio e il bulbo di una lampadina getta ombra sul muro. 

Così prende forma l’angoscia di esistere.

È una stanza vuota, non ci sono i ricchi arredi che osserva colui che ha camminato per le stanze del Vittoriale dannunziano, o chi ha potuto attraversare i luminosi saloni di Versailles. Ma in fondo i dettagli barocchi e, spesso, ridondanti non sono sempre necessari.
Come possiamo gridare aiuto attraverso poche e semplici parole, così il pittore esterna il suo dolore attraverso pochi dettagli significativi, attraverso l’essenziale.
La lampadina: un faro contro l’oscurità delle mura domestiche, diventa veicolo di tenebre e confusione.
Le scarpe da ginnastica: umanizzano l’uomo che abbiamo di fronte, lo rendono più vicino a noi che osserviamo, coinvolgendoci in maniera più completa.

E il tempo, quello della vita, quello che spesso ci scorre accanto portandoci via gli affetti più cari, quello che scorre su di noi trascinandoci verso la deriva della morte, sintetizzato in un orologio da polso. Una sorta di memento mori per Bacon che, durante quegli anni coronati da numerose  soddisfazioni artistiche, come l’esposizione presso la Tate, stava affrontando la perdita del proprio amante e di un caro amico. Una presa di coscienza tanto dolorosa quanto necessaria per affrontare consapevolmente le scelte di vita.
Da questa nudità trapela una resa emozionale chiara, attraverso dettagli tecnici che sono eredi della grande tradizione artistica contemporanea, precedente al pittore irlandese. La sfaccettatura della forma testimonia un interesse per i pionieri della fotografia del movimento, come Eadweard Muybridge, e le ripetute visite, nel 1927, alla mostra parigina di Picasso. Arrivò a visionarla fino a cinque volte a settimana e ne fu così intimamente colpito da convincersi delle proprie aspirazioni, affermando “Cercherò anche io di fare il pittore”.

Anche le lontane radici dell’espressionismo di Munch  si intrecciano come fili rossi alla mano dell’artista: un’eco di dolore non più esternato in un grido, ma che riabbraccia sé stesso. Così l’uomo ne esce sconfitto e, in un gesto quasi rassegnato, trova conforto appoggiandosi al lavabo.

Da un certo punto di vista si potrebbe ipotizzare che Bacon anticipi di quarant’anni le posizioni della Transavanguardia, dato che sembra rendersi conto della quasi impossibilità di inventare qualcosa di nuovo. Lo stile, per lui, può essere “riattraversamento” di altri stili, purché questi non rimangano delle mere citazioni ma siano funzionali all’urgenza del messaggio, della sua confessione.
La nota umana universale che si riflette in queste pennellate, come la figura dell’uomo si riflette allo specchio, è da rintracciare proprio in quest’“urlo silenzioso”, un ossimoro che caratterizza il nostro essere umani che spesso ci chiudiamo in noi stessi: pur credendo di fermare la sofferenza essa ci deforma, proprio come accade nei volti tratteggiati da Bacon.

Una deformazione, questa, figlia proprio dell’isolamento in cui volontariamente ci costringiamo, in cui volontariamente cediamo il passo alle tenebre rimpiangendo le richieste d’aiuto taciute.

Non da soli si combatte l’esistenza.

Scritto a quattro mani da Maria Carla D’Annunzio e Alessia Evangelista