LA SCELTA (GIO)

All’interno di un hotel tutto sembra calcolato alla perfezione per far funzionare una società in cui le persone devono necessariamente scegliere un partner amoroso per la vita: si cerca la compatibilità, testando gli ospiti con step di reciproca conoscenza, esperienze e sofferenze, restrizioni progressivamente diverse regolate e simulate, ma assolutamente verosimili. La motivazione (se così si può definire…) sta nel fatto che, in caso di esito negativo (o finzione) si viene obbligatoriamente trasformati, al termine del periodo di prova, in un animale a propria scelta. La competizione per non restare single è ulteriormente arricchita da una serie di incentivi sul rispetto delle regole e, soprattutto, attraverso una caccia molto particolare che può garantire un’estensione del tempo di soggiorno nella struttura…

Questo è The Lobster, diretto erede del debutto internazionale (ma non assoluto) Dogtooth – Kynodontas per tematiche e scelte narrative e chiaro “faro” e “apripista” per successivi film (il più recente è The Favourite, in cui ritroviamo parte del cast).

Se la situazione di partenza (la casa e l’hotel) ci ricordano entrambi concetti e figure come il “palazzo di cristallo” e il “Grande Fratello” per la rilevanza del potere e delle “leggi di natura”, The Lobster ha in più, rispetto all’antenato, una evoluzione…

Preciso: una scelta difficile come il compito di parlarne esaustivamente e correttamente, ma di cui vado fiero.

Attraverso personaggi freddi, cinici, rigidi (quelli che provano qualche emozione le esternano comunque con cinismo o brutalità) e apparentemente poco umani, Lanthimos mostra la natura umana eliminandone il filtro delle norme sociali e alterando la versione di “scandalo”. All’inizio tutto appare destabilizzante, perché questi personaggi appaiono innaturali e il loro contesto poco realistico. Invece sostanzialmente gli uomini sono mostrati per quello che sono, seguendo la loro versione più animale; questo perché vengono messi al centro i bisogni primari e le gerarchie di potere in ottica lucida e analitica; i personaggi non sono degli animali, nel senso che sono troppo istintivi, ma sono “umani” in quanto animali dotati di ragione la cui funzione è agire miratamente, come strategia al servizio dei bisogni primari. In questo caso, la prima necessità è accoppiarsi (con successo) per sopravvivere e l’istinto e la razionalità sono uniti dal fatto che legge naturale e ordinamento giuridico coincidono.

In conclusione, “rivoluzione dello scandalo” sta nel fatto che, senza norme sociali, “perbenismo” e buon senso, il contrasto (razionale ed emotivo) tra ciò che riterremmo normale e ciò che invece sembrerebbe assurdo e raccapricciante, in questa analisi lucida, ribalta le certezze quotidiane e rende il contesto politico e distopico credibile, una volta adattati.

Ma si tratta di un film e infatti tutto ciò avviene grazie alla bravura nell’utilizzare certe immagini, poiché i dialoghi sono molto semplici, essenziali. All’inizio si fa fatica ad accettare un mondo del genere; senza essere necessariamente cruente, certe scene sono forti e coinvolgenti, soprattutto quelle più fredde e statiche. Ecco il contrasto. Ogni fotogramma è fondamentale e soprattutto è ricco di significato e coerente col resto del “testo”. Quelle interazioni semplici ma agghiaccianti, che sono una grande veicolo di ciò che non è più socialmente inaccettabile, sono dunque talmente assurde ma talmente inserite nel contesto, talmente coerenti, talmente immedesimanti, che iniziamo a tifare per il protagonista (Colin Farrell), che da vittima della costrizione e della competizione, si adatta e diventa carnefice giustificato.

Qui inizia davvero il film e finisce la premessa. Qui si vede l’evoluzione che dicevo. Si intravede un istante di coscienza ormai stonante e viene fuori la ribellione (se ne potrebbe parlare per ore, considerando le intersezioni tra “politico” e “sociale”, tra scelta di interesse e responsabilità, tra rischio e adattamento…).

Veniamo proiettati nella seconda realtà, contrapposta alla prima, in quanto l’unica regola vera è l’impossibilità di legarsi emotivamente e fisicamente ad un’ipotetica anima gemella. In realtà le limitazioni individuali e sociali sono ancora molte (meno competizione, tuttavia le relazioni sociali sono ancora un problema; meno oppressione politica, ma non vi è certo libertà).

L’uomo in quanto tale, allora, non può che volgere lo sguardo verso ciò che non è in grado di ottenere, non può che desiderare il “di più”. Prima doveva. Ora vuole. E ancora una volta si trova fuori posto, si trova a dover lottare, a non avere pace, a scappare. Forse questa volta per amore, qualcosa di più nobile. O forse si tratta pur sempre di necessità e di natura.

RISCONTRO

Prodotto con soli 4 milioni non decolla al botteghino (18); successo a Cannes. In Italia, ma anche negli USA (la nomination agli oscar è di due anni dopo, di fatto uno, considerando la data della premiazione), arriva tardi e in sordina.

COSA MI PIACE (GIO)

L’impronta fortemente autoriale in un film di genere mi piace sempre. Quindi tutto, la scelta è avvenuta dopo quattro visioni. A patire dal cast: Rachel Weisz, Olivia Colman, Léa Seydoux, Ben Whishaw, di cui non ho parlato volutamente per non svelare troppo.

Comunque, ciò che mi piace e che fa riuscire il regista nel suo intento è anche la tecnica di scrittura e di regia e le influenze passate. Una che vedo non soltanto io è rappresentata da Kubrick.

Già abbiamo parlato della freddezza ed essenzialità dei personaggi nelle battute e nei dialoghi, ad esempio. O il distacco e i colori freddi delle immagini che, insieme alle inquadrature fisse e ai movimenti di macchina geometrici, alla prospettiva (tuttavia senza l’ossessione della simmetria), ricordano un certo rigore “alla Stanley”. In particolare alcuni temi, l’utilizzo di uno scenario fantascientifico distopico e soprattutto un certo utilizzo dello slow-motion, mi ricordano “2001 – Odissea Nello Spazio”; a mio avviso, i due film condividono l’uso di questa tecnica per mostrare e presentare personaggi in un’azione clou e che si ripeterà nel tempo, che sarà abituale. Anche nell’uso della colonna sonora credo ci siano delle affinità.

COSA NON MI PIACE

Avrei dato una sbirciata in più alla realtà della città, di cui comunque sappiamo tutto ciò che ci interessa veramente.

PARERE DEGLI (IN)ESPERTI

SCENA PREFERITA

GIO

Tutte, soprattutto quelle di inganno. Però ne scelgo una delle rarissime tenere: quella in cui due personaggi si sincronizzano nell’ascoltare la stessa canzone allo stesso momento nelle cuffiette.

PAOLO

La mia scena preferita l’ho odiata, odiata per davvero, il che ci da la misura di quanto un film possa centrare in pieno l’obiettivo prefissato.

Inerpicandomi tra le rupi del “NO SPOILER”, cercherò di non essere troppo specifico.

Quando “la donna senza cuore” sveglia David e lui, come noi del resto, non sa se credere o meno a ciò che sta dicendo.

La scena successiva, quella dei piedi sporchi di sangue, è una coltellata alle costole, senz’ombra di dubbio geniale, grottesco.

SCENA CHE CAMBIEREI

GIO

Nessuna. Forse nel finale il personaggio di Colin Farrell non dovrebbe essere in un luogo pubblico, ma date le circostanze…

PAOLO

Avrei evitato di usare l’espediente dello slow-motion nel centro commerciale, per il semplice fatto che è associato ad una scena quasi statica e mi è risultato snervante.

Ma c’è un motivo se io scrivo per un blog da una stanzetta e Lanthimos dirige opere cinematografiche, no?

Quindi, scelte tecniche a parte, i maniaci del controllo come me troveranno mortalmente irritante la scena sullo yacht.

Quando David entra, poggia il fucile sul divano e quando esce dopo qualche minuto, ignora il fucile, lasciandolo in bella vista nella scena successiva.

PRENDI QUEL MALEDETTO FUCILE, PRIMA DI ANDARTENE, DAVID!

Ho avuto una crisi isterica interiore, devo ammetterlo.

GIO: Qui mi trovo d’accordissimo con Paolo, condivido a pieno la crisi isterica.

CHI VORREI CHE AVESSE GIRATO IL FILM O CHI POTREBBE FARLO

Per i motivi elencati sopra, una versione di Kubrick sarebbe interessante.

PAOLO

Suonerà davvero strano che io citi un regista italiano, tuttavia il modo di parlare principalmente per immagini, lasciando ai dialoghi un mero ruolo “traghettante” e considerata l’opera in toto, sollecita in me la curiosità di un What if, in cui alle macchine troviamo Paolo Sorrentino.

Sarebbe molto diverso dalle sue corde, questo è certo, ma sono sicuro che se dessimo a Sorrentino la stessa linea di Lanthimos, non sarebbe poi così diverso dal risultato originale.

GIO: Anch’io credo che se affidassimo a Sorrentino un soggetto del genere, giungerebbe a conclusioni analoghe. Trovo forti analogie soprattutto con il punto di vista di Le Conseguenze Dell’Amore.

TIRIAMO LE SOMME (PAOLO)

The Lobster è un film che fa star male, fisicamente intendo.

Le scene sono pulite, quasi sempre c’è luce, ma non c’è mai davvero il sole.

L’ambiente ricreato da Lanthimos rispecchia esteriormente l’interiorità di quella generazione, tutto è piatto e non si sente niente, proprio niente.

Appare chiaro fin da subito che l’opera non è per tutti o, perlomeno, va apprezzata in un certo mood, altrimenti si rischia di sottovalutarla.

Bel colpo per Giovanni, che ha scelto un film adattissimo a questa rubrica, perché The Lobster ha avuto un solo problema, volendo minimizzare: è stato visto, ma non è stato sentito.

La domanda sorge spontanea, come si fa a sentire un film che non ha niente da far sentire?

La risposta è sfacciatamente semplice, non si può.

È uno specchio opaco, che sta a noi penetrare.

Da un’idea di Giovanni Piretti. Scritto e diretto da Giovanni Piretti e Paolo Marra.