Che dire, un film scostante in ogni sua inquadratura, in ogni dialogo e in ogni parola.

Un film che svuota, lascia immobili e malinconici, ma allo stesso tempo tristemente divertiti.

I Coen non si sono accontentati di riportare in scena il noir da un punto di vista tecnico, al contrario hanno impregnato i personaggi di un cupo emotivo, di quell’essere inutili nell’affrontare situazioni troppo grandi, che solo con il tempo si dipanano attorno a loro, più che davanti ai loro occhi.

51eSwc+7RlL._SY445_.jpg

L’uomo che non c’era, del 2001, affronta le vicende di un barbiere, in uno sfondo noir dov’è lo stesso barbiere a farci da narratore, accompagnandoci passo dopo passo, in giro per le strade di una California in bianco e nero.

Ed Crane (Billy Bob Thornton) è un personaggio controverso, un binomio tra l’essere ed il voler essere, che guarda da lontano ad una vita migliore, senza riuscire a staccarsi dal velo monotono ed asettico della vita che sta vivendo.

Ed e Doris (Frances McDormand) sono una coppia che dà i brividi, insomma vivono quel tipo di relazione in cui nessuno vorrebbe mai restare invischiato, pur sapendo che quel tipo di coppie da brivido non esiste solo nel noir, anzi.

La ricerca di un qualcosa in più è la chiave di volta di questo film, che mette subito sul tavolo una “grande occasione”, di quelle a cui si guarda con diffidenza, ma a cui si guarda lo stesso.

Ed Crane infatti, veste benissimo i panni dell’uomo che vuole evolvere, passando dall’essere un semplice barbiere a poter diventare parte di qualcosa di grande, qualcosa che lui stesso ha costruito.

Non avendo disponibilità economica, tuttavia, decide di varcare dei limiti, di muovere quel passo che non aveva mai mosso, uscendo dallo stato di immobilità in cui lui e la sua stessa vita versano.

Una volta mosso quel passo, il mondo di Ed cambierà, e con il suo quello degli altri personaggi di questa grigia vicenda.

RISCONTRO

Con un budget iniziale di venti milioni, il film ne ha incassati quasi diciannove.

Pur avendo vinto un David di Donatello, un premio alla miglior fotografia e il premio alla miglior regia al Festival di Cannes, sembra che questo film sia piaciuto alla critica molto più di quanto effettivamente sia piaciuto al pubblico.

COSA MI PIACE

Come in ogni noir che si rispetti, il fattore narrativo è fondamentale.

La narrazione dello stesso Ed Crane è uno spettacolo raro.

Con la calma surreale tipica di chi, nonostante tutto ripercorre i propri passi, come se non gli riguardassero, il protagonista cerca di spiegarci una storia, cerca di dirci come si sente.

La narrazione di Crane avanza in maniera fortemente dissonante, parlando di tutto ciò che andremo a vedere, quasi come si trattasse di un evento che a lui non ha lasciato niente, probabilmente il punto è esattamente quello.

COSA NON MI PIACE

L’unica cosa che non mi è piaciuta, da un punto di vista puramente pratico, è stata la totale mancanza di motivazione rispetto all’uscita di scena di Doris.

Non che la motivazione non ci fosse, i Coen in un certo senso l’hanno anche passata allo spettatore che può benissimo intuirne le cause, ciò che però non si riesce a capire, è come Doris sia potuta diventare così fortemente emotiva da mettere in atto un certo comportamento, qui occorre un altro sforzo di immaginazione o di intuito.

Un doppio sforzo intuitivo, però, comincia a diventare un piccolo gap narrativo da dover colmare, a mia personalissima opinione.

PARERE DEGLI (IN)ESPERTI

SCENA PREFERITA

PAOLO

La scena che mi ha toccato, da un punto di vista emotivo, è la scena nella quale la moglie di Big Dave (James Gandolfini) parla ad Ed della dipartita del marito.

L’attaccarsi al folklore, al misticismo, alla fantascienza pur di non accettare la realtà, ecco questo è uno dei principali sprazzi d’umanità venuti alla luce.

Nonostante la forte apparenza asettica la faccia da padrona, ci sarà sempre spazio per sentimenti viscerali dell’animo umano, come appunto, la negazione ed il rifiuto.

GIO

Ammetto che la scena citata da Paolo è una delle mie preferite e condivido ciò che ha detto, aggiungendo che la suddetta mi ha strappato una bella risata dal sapore, nel secondo successivo, un po’ amaro (per i motivi che ha giustamente spiegato Paolo).

Dunque credo che la mia scena preferita sia frutto di un incredibile fastidio e al contempo piacere propri delle caricature dei Coen, che riescono ad unire il divertente carattere di Frank, cognato di Ed e proprietario del negozio (un logorroico, polemico, “sapientone” e ciarlatano, ma onesto, che si pavoneggia nonostante la sua insicurezza di fondo), con la necessità di quel personaggio, con quelle caratteristiche per la trama.

Arrivo alla scena: nonostante sia un personaggio secondario, all’inizio del processo di Doris Frank rende per la prima volta realistico e non parodistico, il suo esprimersi, la sua personalità; chiede con insistenza il motivo del ritardo e dimostra la sua autenticità e la sua utilità nel portare al colpo di scena appena successivo, ovvero uno dei più importanti del film.

Un personaggio che sembra uno stereotipo all’ennesima potenza per tutto il tempo, in realtà diventa credibile e addirittura propedeutico (e i Coen lo hanno caricato eccessivamente fingendo che fosse semplicemente una caratterizzazione simpatica e di secondo piano, inutile). Incredibile premeditazione e ironia!

Ah, dimenticavo che poco prima di questa scena , vediamo un monologo dell’avvocato ricco e rinomato Freddy che, nelle sue battute finali, comprende uno schiaffo al metodo scientifico… ma vabbè.

Ti criticano gli avvocati così, tra una riflessione e l’altra, “a brucia pelo” … Dunque anche io ve la butto lì come scena preferita numero due (sperando che Paolo non si arrabbi).

SCENA CHE CAMBIEREI

PAOLO

(Colgo l’occasione per ricordare al caro Giovanni che il sottoscritto…* coff coff* studia legge, aspirando a diventare quel tipo di avvocato).

Avrei tanto, ma tanto voluto vedere Ed pagare.

Intendiamoci, Ed ha avuto ciò che meritava esattamente nella misura in cui se l’è andata a cercare, ciò che però avrei voluto vedere, alla fine perlomeno, era l’anima.

Non sono riuscito a vedere l’anima di Ed, ed è un peccato perché almeno nel momento finale, durante il suo canto del cigno, mi sarei aspettato un po’ di colore emotivo, fosse anche devastante.

Invece il nero. Il bianco. E null’altro.

Mi sarebbe piaciuto toccare il dolore con mano, mettiamola così.

GIO

Onestamente non cambierei nulla. Forse dopo il colpo di scena del tribunale, Ed Crane reagisce con troppa forza di volontà (troppa rispetto al messaggio del “fato incombente”), troppo entusiasmo (verso Birdy) rispetto alla propria situazione e al precipitare delle cose (ma non abbastanza da premiare l’efficienza del voler agire).

Questo a dimostrare che, comunque, il suo personaggio è evoluto (almeno un po’), come rimarcato nel finale. Però credo che in quella situazione Ed avrebbe dovuto fare un passo indietro, sarebbe dovuto sprofondare, più che mai, nella solitudine e avrebbe dovuto fallire molto prima con Birdy (nel non riuscire a comunicare il suo disagio). Forse è giusto così, ma ho trovato questo intestardirsi con la ragazza eccessivo.

Me lo spiego più come un modo per scaricare la tensione su qualcosa e come un modo per riallacciarsi con l’esito voluto dal fato, piuttosto che come vero tentativo credibile di cambiare le cose. Non si sbilanciano i Coen. Tendono al pessimismo, ma non lo marcano troppo con questi piccolissimi lampi di speranza.

Anche se la giustificazione del farlo per lei (Birdy) e per darle occasione di farsi valere, prima che la vita gliela neghi, è piuttosto coerente con tutto questo discorso e con l’insoddisfazione di Ed.

CHI VORREI AVESSE GIRATO IL FILM O CHI AVREBBE POTUTO FARLO

PAOLO

Quando si tratta un lavoro così particolare e unico nella sua specificità non è proprio facile pensarlo in altro modo.

Se dovessi affidare l’opera a qualcuno, per una mia personale perversione, vorrei vedere il progetto sotto l’egida di Bergman.

Il dramma che Bergman avrebbe saputo infondere al film, sarebbe stato certamente di un altro tipo, rimarcato in certi punti sicuramente diversi rispetto ai punti scelti dai Coen.

Il paragone non è fattibile, questo di certo, ma collegare un’opera ed un uomo così singolari, stuzzica non poco la mia fantasia.

GIO

Mi sarebbe piaciuto vederne la versione di Tarantino. Lui e i Coen hanno molto in comune, lavorano praticamente nello stesso periodo e per certi versi si somigliano, soprattutto nella loro abilità di scrivere trame e personaggi credibili.

Quentin avrebbe fatto più intrattenimento e meno morale, avrebbe inserito più dialoghi caratterizzanti e meno profondità emotiva ed etica.

Credo che nel lavoro sui personaggi, i Coen mettano davanti la trama e lascino che questa li trascini (una sensazione che mi viene anche dai frequenti voice-over); al contrario, Tarantino può inventarsi un film partendo da un dialogo tra personalità sempre piuttosto forti e contrastanti.

Dunque, sarebbe curioso.

TIRIAMO LE SOMME

La tecnica incredibile nel girare un perfetto film di genere maschera come un interessante film d’autore, pessimistico, ma non eccessivamente.

Il toccare il fondo e soprattutto la consapevolezza di averlo toccato più volte, con conseguenti “risurrezioni” fornisce quasi un sollievo.

L’aver agito, anche sbagliando, di volontà, non genera rimorsi. Non più di quanto lo farebbe senza tentare. Anche se la maggior parte delle volte, ricordano Joel e Ethan, puoi solo subire.

Non c’è una soluzione, ma l’atteggiamento è molto importante.

E comunque, il conforto della fine, resta ancora un mistero per tutti noi e per il nostro finale.