Sceneggiando insieme allo scrittore Barry Gilford nel 1997, David Lynch decide di perdersi in un noir dal sapore psicologico in alcuni momenti, in un classico dramma in altri, in un thriller surreale in altri ancora. Regna l’ossessione, accompagnata dal chiasmo, dal dualismo, dai semi-simbolismi e dalla post-narrazione (il tutto nelle scelte estetiche, strutturali e narrative).
Un sassofonista di nome Fred Madison (Bill Pullman), non troppo felicemente sposato con Renée (Patricia Arquette), riceve strane cassette videoregistrate con inquietanti suoni e messaggi rivelatori da qualche maniaco che spia la sua vita. Dopo aver chiamato la polizia, senza avere molto successo, i due si recano ad una festa con alcuni personaggi loschi e fondamentali per il loro passato e futuro.
Non entrerò troppo nei dettagli sulla trama o nell’analisi di scene perché va visto.
Le inquadrature in casa Madison ricordano Hitchcock; si alternano freddezza e tensione di una cinepresa immobile o con moti orizzontali impeccabili, con le soggettive in movimento tra i corridoi bui (una costante di Lynch che, tra gli altri, ama anche Fellini). Il regista e musicista dà sfogo all’immaginazione nel rappresentare al meglio quelle che sono le manie (sue e degli uomini) di una vita, come il concetto di anima, di corpo, di scelta, di tempo, di perversione… comportandosi come un bambino che gioca per cinque minuti con un giochino nuovo, per poi stufarsi e volerne un altro (mantenendo le tematiche ricorrenti).
Parte con un mistero per poi confondere chiunque con il surrealismo a cui ci ha abituati, il tutto con uno stile incredibile e un utilizzo dell’usuale personaggio grottesco, diversamente reale e diversamente umano, in una scala che va dal tragico al buffo. Noir classico – drammatico – soap, con qualche vena di gangster e pulp. Solo l’atmosfera forse resta veramente e costantemente noir (ancora una volta Badalamenti fa un sapiente uso dei piatti e della colonna sonora in generale, con brevi intervalli, in cambi di scena o momenti clou, di hard rock e non solo di artisti come Manson, Reznor e Bowie).
Quando vuoi saperne di più e la trama si infittisce, decide di “cambiare aria” e catapultarti in tutt’altra realtà (forse). Gli sviluppi delle vicende del plot si trasformano in digressioni e il sub-plot sembra prendere il sopravvento, per poi rivelarsi anch’esso un semplice veicolo per alcuni messaggi poco netti, poco decifrabili. Cambiano i personaggi, cambia la storia, che prende pieghe a momenti quasi scontate, a momenti insensate, passando ogni tanto per una stretta di mano ai film di genere comuni, per poi tornare all’autore e ai suoi tormenti. Sempre quelli.
L’incapacità di spiegare alcune cose della vita è la vera fonte della trama e Lynch porta avanti un concetto del genere sostanzialmente mostrandone il lato losco e misterioso e confessando (giustamente e volutamente, essendo un uomo… o forse è una mia impressione) che non è detto che le cose siano razionalmente assimilabili, per quanto mentalmente, fisicamente e psicologicamente percepite; qualcosa di più, come l’infinita lotta tra ombre, tra figure indefinite, quali bene e male, qualcosa meno.
Strade Perdute non vuole dare risposte, ma sollevare dubbi e scatenare mal di testa. Quindi, non aspettatevi spiegazioni. Dovete lavorarci voi.
Postilla: uno degli attori si chiama Robert Loggia…

RISCONTRO

Flop al botteghino: incassa meno di quattro milioni, contro i quindici di budget di produzione. Probabilmente ha recuperato abbastanza grazie all’home video. Dalla critica, recensioni miste al rilascio e maggiormente coerenti nel tendere al positivo negli anni successivi.

COSA MI PIACE

La libertà con la quale può muoversi Lynch in questa pellicola è disarmante e si vede soprattutto negli incredibili stravolgimenti delle aspettative sul ritorno di una trama classica e logicamente prevedibile, ovvero ogni qual volta sembri esserci un cambio di genere e di stile, pur restando sempre lynchiano.
La capacità di ragionare su certi temi è sempre lodevole, ma quella di immaginare e concretizzare fantasie attraverso personaggi così concreti e allo stesso tempo così astratti con uno stile unico (senza mai eccedere vero la caricatura, ma avvicinandosi coscientemente) è il marchio di fabbrica di una mente e di un vero e proprio personaggio bizzarro (lui stesso) come Lynch.

COSA NON MI PIACE

La durata è forse un po’ eccessiva (sulla carta no, 128′), anche se non mi dà fastidio mai la cosa in sé. E qui non si può dire che il tempo sia gestito male o sprecato. Tuttavia, trovo alcune digressioni d’amore leggermente troppo lunghe e ripetitive, il che rispecchia l’ossessione più ovvia e forse sottovalutata di Lynch in Lost Highway: l’amore, appunto.

PARERE DEGLI (IN)ESPERTI

SCENA PREFERITA

GIO

Sarò sintetico, sempre per non andare nel dettaglio. Ho preferito ogni apparizione del personaggio misterioso con la videocamera, in particolare la prima e l’ultima, a qualsiasi altra scena. Devo dire che gli ultimi venti minuti del film, comunque, riescono a scalare di tensione in maniera incredibile riallacciando al meglio trama e… non saprei più come definirlo… tutto quello che c’era nella testa di quel pazzo di regista.

PAOLO

Difficile parlare di scena preferita in un’opera come questa, dove sono proprio le scene a farla da padrone.

Tuttavia, il film ed i suoi personaggi sono perfettamente cristallizzati in una sola, semplice frase.

“Non mi avrai mai.”

Ciò che Alice sussurra a Pete nel deserto.

É questo, secondo me, il tocco finale dell’opera.

L’impossibilità, ancora una volta, di ottenere un amore tanto agognato, proprio in pieno contrasto con ciò che un amplesso dovrebbe far provare.

Il sesso è anaffettivo in Lost Highway e non fa altro che svuotare i personaggi, “ingrigirli”.

E proprio come Pete non avrà mai Alice, noi non avremo mai Lynch, che come al solito ci intrappola in una surreale spirale di eventi.

In effetti l’intera pellicola lascia con domande, più che con vere e proprie risposte.

SCENA CHE CAMBIEREI

GIO

Diciamo che la scena dello scontro tra macchine, con Pete che appena prima ripara un minuscolo difetto della Mercedes, non ha troppo senso su più piani, ma capisco che fosse divertente e abbastanza funzionale a spiegare lo status e il carattere del signor Eddy.

PAOLO

Qui devo ammettere che ho riso abbastanza, me lo consenta Giovanni.

Vado subito a spiegarmi, capisco benissimo che questo film ha la mia età, parliamo quasi di 22 anni infatti, però c’è una sola ed unica scena che cambierei per motivi tecnici.

La scena di Fred che vede il volto dell’uomo misterioso sul volto di Renee non l’ho capita.

Lo stesso concetto poteva essere reso in tantissimi altri modi (soprattutto da Lynch!), mentre la scelta tecnica di sovrapporre letteralmente un volto sull’altro è risultata ai miei occhi alquanto goffa e, in quel contesto, ha spezzato l’atmosfera.

GIO…(Sono d’accordo, ma credo che anche questo faccia parte dell’universo di Lynch).

CHI VORREI CHE AVESSE GIRATO IL FILM O CHI POTREBBE FARLO

GIO

Poiché l’atmosfera e la trama, tralasciando i picchi di trip mentali, si presterebbero benissimo allo stile di Hitchcock, a cui sicuramente Lynch e il mondo intero, anche involontariamente, si sono ispirati, Mi piacerebbe vederne una sua versione. L’interesse è sia per l’aspetto estetico, fotografico e registico, ma anche narrativo; sarei curioso di conoscere la sua interpretazione delle questioni di fondo e in particolar modo la sua visione e il suo intendere la parte psicologica.

PAOLO

Amnesia, concetto del tempo del tutto relativo… qualcuno ha detto Christopher Nolan?

Io l’ho detto, ed essendo un articolo su un film di Lynch ho anche deciso di prendermi la licenza di poter parlare da solo.

Surrealismo a parte, dopo aver visto Memento di Nolan e conoscendo la morbosa ossessione di quest’ultimo per lo scorrere del tempo mi sono chiesto cosa sarebbe accaduto se fosse stato proprio lui a dirigere questo film.

Nolan tende a parlare più su carta che in maniera visiva, cosa che in un certo senso lo rende opposto al modo di fare di Lynch.

Ma insomma, non é questo il bello?!

TIRIAMO LE SOMME

Tirare le somme, se si parla di David Lynch, è alquanto improbabile.

Lost Highway ha così tante chiavi di lettura che la stessa persona, vedendolo a distanza di anni, ne tirerà fuori conclusioni totalmente differenti.

Lycnh è bravo in questo, ha creato un cilindro e ci ha soltanto detto di comportarci da prestigiatori, sta a noi tirar fuori qualcosa che non sia un coniglio.

Registicamente è una piccola perla ed è uno degli indiscussi capolavori di Lynch.

Certo, poteva andare meglio sotto l’aspetto della risonanza mediatica e non, ma Lost Highway resta esattamente dov’è, non invecchia, non arretra di un millimetro.

Se ne consiglia la visione da soli, in religioso silenzio e prestando la massima attenzione.

Possiamo soltanto augurarvi buon viaggio!

Da un’idea di Giovanni Piretti.

Scritto e diretto da Giovanni Piretti e Paolo Marra