Premessa, oggi più che mai d’obbligo.
Chi scrive è credente, ma come ogni buon cattolico si fa molte domande sui concetti di Dio e fede (si, l’ho scritto davvero), ha fatto volontariato in parrocchia ed è cresciuto in una tipica famiglia italiana, con i suoi valori e e il vestito buono da indossare la domenica, ma non è un bigotto, né tanto meno un irrazionale, semplicemente vivere in determinati contesti sociali ha aperto la mia mente al confronto, al dialogo.

 

Roma, 8 giugno 2019, venticinquesimo gay-pride, evento che contemporaneamente si allarga in tutta la penisola fino a contare oltre cinquecentomila partecipanti, una festa per la comunità LGBTQ, una giornata come tante altre per molti, un incubo per pochi ma rumorosi.

L’evento si è svolto regolarmente, l’Onda Pride ha colorato la bianchissima capitale ed è, come plausibile, diventato argomento di dibattito e attualità, spinto dalle forti correnti che animano le aule di Montecitorio, a nemmeno un mese di distanza dalla Marcia per la vita 2019, che ha visto la partecipazione di integralisti cattolici, anti-abortisti e sostenitori dei valori della famiglia, senza però dimenticarci di un piccolo e innocente plotone di Forza Nuova che sfoggiava striscioni contro gli immigrati, da sempre pericolo mortale per l’integrità delle famiglie italiane, vero?

Il tutto in un clima che definire medievale è un complimento, slogan d’odio e discriminazione spacciati per difesa di valori, autentica sodomizzazione delle libertà di pensiero e d’opinione, ma anche di culto: già, perché se sono gay non posso essere cattolico, o viceversa, perché in entrambi casi commetterei peccato e offenderei l’autorevole ala cattolica estremista, fanatici tanto quanto i kamikaze islamici.

“Contro la strage degli innocenti, santa indignazione” è probabilmente uno dei motti più ripetuti durante la marcia (di cui trovate un’infinità di materiale su Internet, c’è tanta gente che può spiegarvelo molto meglio del sottoscritto), con tono rude e severo, ma anche “è una guerra, bisogna combatterli” (riferito ovviamente ai “peccatori”) fa tanto 1300, non trovate?

D’altro canto, anche il Pride ha trascinato con sé polemiche e effettivi dubbi, non tanto sull’integrità o sui costumi di chi partecipasse, ma appunto su cos’è diventando il gay pride.

O meglio, c’è ancora bisogno del gay pride?

Prima di dare una risposta, mi permetto di classificare questo evento con un aggettivo discriminante, perché nel 2019 non c’è più bisogno di ostentare la propria omosessualità con un corteo, la comunità gay è accettata a rispettata, come non ne avrebbe un ipotetico etero pride: esagerazione non fa rima con rispetto. Educhiamo piuttosto alla convivenza, al rispetto reciproco, investiamo le risorse in maniera diversa, e credo sinceramente che non ci sia percorso migliore da seguire dell’eliminazione di ogni tipo di barriera discriminante, gay pride in primis.

Alla luce degli eventi di maggio però mi sono reso conto che effettivamente in questo paese c’è ancora tanta strada da fare, e che forse ogni tanto c’è bisogno di qualcuno che ci ricordi che il diverso, nel senso più positivo del termine, c’è, esiste, magari è il nostro vicino di casa, e non dobbiamo esserne spaventati, ma tutelarli, altrimenti i diversi, quelli strani, da cui stare alla larga, diventiamo noi.

Spero di non aver offeso nessuno con questa mia riflessione, e soprattutto spero che le mie parole non siano state travisate.

Vi lascio con una provocazione: cos’è davvero peccato? Seguire il proprio orientamento sessuale o discriminare in nome di un Dio che si è sacrificato per salvare i suoi figli? Tutto ciò, non vi sembra un tantino incoerente?

 

“alle donne, agli uomini e ai froci
vi amo, vi adoro e ricopro di baci”

(Andate tutti affanculo – The Zen Circus)