Un sentimento vero come l’amore, nasce piano nel profondo di ognuno di noi per poi manifestarsi un po’ come l’eruzione di un vulcano. L’amore non ha spiegazione, secoli e secoli di storia forse ci hanno insegnato qualcosa di buono, ovvero che non sempre tutto può essere catalogato. L’amore però in passato una spiegazione ce l’aveva, era dominio di Cupido, così i greci spiegavano questo sentimento che ci distingueva dagli animali, un dio lo istillava nel nostro animo. Ebbene Cupido non lanciava incantesimi, non imponeva le mani ma usava delle frecce, una per ognuno degli innamorati che componevano la coppia. 

Penso che metafora più bella non può esserci, perché l’amore vero probabilmente è talmente inaspettato che il paragonarlo all’essere colpiti da una freccia non è poi così fuori luogo. Quando conosci qualcuno e quel qualcuno diventa immediatamente il “tuo” qualcuno, non si sa come e perché. 

Non esiste cosa che tenga davanti all’amore, non esistono legami sociali o distanze. Come re e regine, anche le stesse divinità del pantheon greco gli erano soggette, ne dipendevano, lo cercavano. 

L’amore era però anche soggetto ai cambiamenti d’umore del frizzante Cupido, e il bel dio della poesia Apollo ebbe la sfortuna di farne le spese. Fu infatti a causa di una disputa con il dio dell’amore che Apollo fu colpito da una delle frecce incantate che lo fecero innamorare della bella Dafne alla quale toccò in sorte invece la freccia dell’odio. Per capriccio del dio che lo governava l’amore fu quindi negato ad Apollo, tanto che la giovane Dafne aiutata dalla madre Gea pur di sfuggirgli, si trasformò in un albero. 

Nel 1622 Bernini diede avvio alla realizzazione del gruppo scultoreo che, raffigurava proprio la vicenda che coinvolse io dio della poesia e la giovane, sotto commissione del cardinale Scipione Cafferelli – Borghese. La produzione fu arrestata pero nel ’23 in quanto lo scultore doveva portare a termine la realizzazione del suo David, già precedentemente commissionatogli da un altro cardinale. Dopo la breve interruzione lo scultore tornò a lavoro sull’episodio della mitologia greca, portandolo a termine nel 1625 e riscuotendo sin da subito un grandissimo successo che durò anche in seguito alla morte di Bernini stesso. La scena che egli scelse di rappresentare è forse il culmine della tensione, del pathos che caratterizzano la vicenda, ovvero il momento in  cui Dafne inizia a trasformarsi in un albero. 

Vediamo infatti i protagonisti della scena entrambi “fotografati” durante la corsa. Apollo sta raggiungendo Dafne e appena la sfiora con la mano. Lo stato di movimento in cui si trova è evidenziato dalla gamba destra saldamente ancorata al suolo che diventa perno del corpo, dalla gamba sinistra sollevata in alto e dal mantello, che si gonfia al vento. Anche Dafne è colta in uno stato simile, sta cercando di sfuggire al tocco del dio e quindi è come se frenasse bruscamente per poi inarcarsi in avanti e riprendere a muoversi. Tuttavia la sua metamorfosi sta già iniziando, le braccia stanno lentamente lasciando il posto alle fronde verdi dell’alloro, la pelle alla corteccia. Una metamorfosi, un momento carico di emotività e descritto con una perfezione inaudita nelle linee e nei dettagli anatomici.

Probabilmente se Apollo e Dafne avessero vissuto nel ventunesimo secolo la loro sarebbe stata una storia comune, lui che si innamora e lei che lo rifiuta in ogni maniera possibile perché non è minimamente coinvolta o interessata. 

L’interpretazione che danno i critici è estremamente profonda e ricca di significato, loro è il compito di provare a spiegare ciò che mosse la mano dell’artista, in questo caso Bernini. Immaginiamo però per un secondo che Bernini sia vissuto nel XXI secolo. La sua storia è quella di due ragazzi, Davide e Alessandra, lui che si è innamorato perdutamente di lei che però non ricambia il sentimento. Forse Davide le avrà portato dei fiori, le avrà scritto su Instagram o Messenger arrivando anche a frequentare gli stessi posti dove lei esce con i suoi amici. Lei dal canto suo lo ignora, non vuole dargli soddisfazione perché ha altro per la testa che sia un ragazzo o che sia un obiettivo come lo studio. La figura che mi affascina di più è proprio quella di Davide, perché un po’ mi ci rivedo, un po’ penso che tanti ci si rivedano. Apollo/Davide è un po’ tutti noi, lo immagino preso dalla sua infatuazione che prova a lottare per ciò in cui crede cercando di superare il muro di gomma che Dafne/Alessandra ha innalzato tra loro due. 

Ma è realmente innamorato? O ha paura di rimanere solo? O si illude che lei sia la sua anima gemella? 

Tante volte facciamo come lui, ci illudiamo che chi abbiamo davanti sia la cosa migliore che possiamo avere. E quando ci ritroviamo in questa maledetta situazione è un po’ come se perdessimo il lume della ragione, anche la cosa più logica per noi diventa fonte di mille riflessioni e mille dubbi, finendo per scegliere ovviamente l’opzione sbagliata. La nostra obiettività con uno sguardo o uno schiocco di dita viene azzerata, perché quando siamo come Apollo e Davide è il nostro desiderio di venire amati che prevale. 

A volte siamo talmente tanto desiderosi di qualcuno che ci pensi e che ci voglia come Dante voleva Beatrice, come Cesare voleva Cleopatra, come Romeo voleva Giulietta, come Heatcliff voleva Catherine, come Darcy voleva Elizabeth che non ci rendiamo conto di ciò a cui stiamo andando incontro. 

Perché  l’amore è il sentimento che nutre l’anima, fa di noi ciò che siamo e ci rende migliori. Dire che ci rendi vivi e veri è una frase fatta ed estremamente vera al tempo stesso, ma non si può spiegare in maniera più semplice un sentimento così profondo. Perché è vero che quando lo trovi hai un motivo in più per alzarti al mattino, perché è vero che i giorni diventano improvvisamente più belli, perché è vero che siamo fatti per pensare e volere qualcuno in quel senso, perché è vero che ci permette di dare ciò che di meglio custodiamo dentro di noi. 

Parlare d’amore è semplice se lo hai conosciuto ma parlare d’amore è semplice anche se si è soli, poiché in fondo ognuno di noi sa cosa significa anche, se non ha trovato ancora gli occhi dentro cui perdersi.