Il mondo della pallacanestro è un grande luna park.

 

Archiviata la generazione degli anni ‘90 e dello showtime gialloviola di Kobe Bryant e Shaquille O’Neal, lo scettro del Re è passato in mano a LeBron James, con una congiura di millenials e giocatori al massimo splendore (basti pensare ai vari Curry, Durant, Harden, Davis, Westbrook) pronti a spodestarlo, l’NBA è ormai diventata la Hollywood dello sport.

 

Un canestro all’ultimo secondo e sei una stella, un fallo in eccesso e la tua squadra perde, un infortunio devastante e puoi appendere le tue scarpe al chiodo sul muro del club dei “what if…”, che in italiano suonerebbe “chissà se…”.

 

La lista di potenziali top-players stroncati da un infortunio che ne ha annichilito la carriera è immensa, ma giocando un pò con la fantasia e immaginandoli ancora in attività verrebbe fuori un roster niente male: Brandon Roy. Tracy McGrady, Gilbert Arenas, Yao Ming, solo per citarne alcuni.

 

Eppure c’è chi è riuscito a sconfiggere questo atroce demone, urlando un enorme “fuck!” a chi lo dava per spacciato: 190 cm di grinta e determinazione, un talento spaventoso e una forza d’animo enorme, playmaker dalle mani d’oro.

 

Questo e molto altro è Derrick Rose.

 

La storia di D-Rose nella pallacanestro che conta inizia la notte del 26 giugno 2008:

 

“con la prima scelta al Draft NBA 2008, i Chicago Bulls scelgono Derrick Rose, dall’Università di Memphis.”

David Stern – NBA Commissioner

 

Bulls di Chicago, la sua città natale e la squadra per cui lui e i suoi tre fratelli facevano il tifo sin da piccoli, quando Derrick aspirava a diventare il nuovo Michael Jordan e ora vedeva il suo sogno difronte a lui, pronto a realizzarsi. La stagione di debutto è sublime e, nonostante una squadra in fase di ricostruzione, Derrick Rose è nominato matricola dell’anno, arrivando a segnare 36 punti nella partita contro i Boston Celtics, portando i suoi Bulls ai Playoff NBA, dai quali usciranno con le ossa rotte.

 

Il secondo anno vede la caviglia fare crack per la prima volta, ma il suo carattere da guerriero lo porta a stringere i denti e giocare tutte le partite ad alto livello (eccetto quattro per un polso fratturato) e viene scelto per l’All Star Game.

 

Fresco di eliminazione dai Playoff per il secondo anno consecutivo, la stagione NBA 2010-11 è quella della sua consacrazione definitiva: anima della squadra, titolare all’All Star Game, ma sopratutto premio di Miglior Giocatore del torneo. Ma il destino ha uno strano senso dell’umorismo: l’anno successivo si apre con un infortunio al legamento crociato anteriore sinistro, lasciando tutto l’universo NBA privo di una delle sue stelle più luminose. Tornato dopo circa un anno, gioca solo dieci partite, prima di subire una lesione al ginocchio destro, rimanendo bloccato quasi un altro anno.

 

Riprende regolarmente a giocare nel 2016, poco prima di essere ceduto ai New York Knicks, dove rimane solo qualche mese. 

 

Poca fiducia a causa di un fisico fragile, ma il talento c’è, e dopo mesi senza squadra D-Rose firma per i Cavs di Cleveland nel 2017, dove gioca a sprazzi per diciotto mesi, venendo prima scambiato poi definitivamente tagliato dal roster.

 

È un periodo buio, ma è presto per gettare la spugna: la speranza si chiama Minnesota T’Wolves, dove Rose ritrova quel coach Thibedou che lo allenò ai Bulls i primi due anni, ed è nel freddo di Minneapolis che D-Rose risorge dalle sue ceneri. E per un ossimorico disegno divino, i demoni di una carriera finita viene definitivamente sconfitto la notte di Halloween del 2019: nella partita vinta contro gli Utah Jazz, squadra che lo tagliò due anni prima, Rose segna cinquanta punti, realizzando una prestazione da sottolineare, oltre che il suo massimo in carriera. A fine partita lo accoglie un abbraccio collettivo, Rose si copre con l’asciugamano per nascondere le lacrime. 

 

E ora testa alla prossima sfida, l’undicesima stagione in carriera, da giocare con la casacca dei Detroit Pistons e con quel numero 25 sulle spalle, in onore di Benji Wilson, suo concittadino ucciso nel 1984, appena diciassettenne, per non aver ceduto alle angherie di due bulli.

 

Talento, ambizione, sangue freddo, anima da guerriero, rabbia. In due parole, Derrick Rose, un viaggio all’inferno e ritorno. Perchè, come diceva una pubblicità dell’Adidas, impossible is nothing.