Puntuale come ogni anni, ecco che a metà settembre Sky ci regala l’appuntamento settimanale con il talent show musicale XFactor. La tredicesima edizione è iniziata all’insegna delle polemiche, dalla scelta dei giudici alla critica che vede il programma ormai obsoleto in termini di qualità artistica, spingendo di fatto artisti che determinano successo sui vari social scartando di conseguenza concorrenti decisamente più validi dal punto di vista musicale. 

Cambio della guardia, dunque, che ha investito tre giudici più o meno storici su quattro: Fedez, Manuel Agnelli e Lodo Guenzi sono stati sostituiti dalla cantante Malika Ayane, dal frontman dei Subsonica Samuel e dal re della trapSfera Ebbasta, affiancati dall’eterna Mara Maionchi, regina indiscussa del format. Le critiche si sono abbattute soprattutto sull’artista bresciano, ritenuto inadeguato per il ruolo di giudice data la sua presunta inesperienza e incapacità di giudicare un prodotto artisticamente qualitativo, ed è bello essere sempre la voce fuori dal coro, in quanto il sottoscritto ritiene Sfera perfetto in quel ruolo.

Lo scandalo (con la S e tutte le altre lettere maiuscole) di questa edizione è scoppiato durante la seconda puntata delle audizioni: sul palco sale Emanuele Crisante, sedicenne, in “arte” Nuela, e propone il suo singolo Carote, brano trap che ha mandato letteralmente in estasi giudici e folla, aggiudicandosi anche una sedia durante i bootcamp (con una “canzone” che vi risparmio), facendo lievitare il numero di followers su Instagram e di iscritti al suo canale Youtube.

Analizzando la sua performance si evince come Nuela sia, senza troppi giri di parole, un ragazzo che ha fatto del trash-rap il suo cavallo di battaglia, con una base che sembra partorito da un beatmaker ubriaco e un testo che sembra scritto cercando parole a caso su un vocabolario. Nulla di strano, d’altronde la libertà di espressione garantisce a chiunque di fare qualunque cosa, e maledizioni infinite a chi la nega, il problema sorge quando questa merde d’artist piace, e il riferimento all’opera di Manzoni è tutt’altro che casuale.

Dunque il problema non è Nuela, che in fin dei conti è un ragazzo che si diverte realizzando il suo sogno, ma è l’eccessiva fragilità con cui si definisce un fenomeno da baraccone “dadaista”, “futurista” e “avanguardista”, con buona pace di Marinetti e Duchamp. Ed è incredibile come in un solo anno si sia passati da Anastasio, il quale fece commuovere mezza italia con la reinterpretazione di Generale in chiave rap, alle Carote di Nuela, che più che una canzone sembra uno spot pubblicitario della Conad.

Non fraintendiamo, per favore: Nuela deve continuare il suo percorso, dentro e fuori il talent, ammesso però che realizzi contenuti validi, non stupidi ritornelli che di avanguardia non hanno nulla se non la scusa di promuovere un prodotto orribile, sacrificando il potenziale di un sedicenne che, con la giusta impostazione, potrebbe fare grandi cose (Rovazzi docet).

C’è davvero bisogno di Carote? O meglio, c’è davvero bisogno di dadaismo musicale? O magari la musica italiana, pop o trap che sia, deve tornare ai livelli che l’hanno resa immortale, magari attingendo al profondo mondo del cantautorato, strizzare l’occhio ai nuovi generi musicali e cercare di comporre frasi di senso compiuti, non mi sembra una richiesta eccessiva.

Se Carote è il becero tentativo di guadagnare nuovamente una bella fetta di gruppo, magari portando Nuela fino alla fase finale del programma, beh, il sottoscritto, citando Jovanotti, lo considera “un bellissimo spreco di tempo”.

Baci e carote.