Esiste giusto o sbagliato nell’arte? Io credo di no. 

Si può parlare di pertinenza o non pertinenza al concetto di opera d’arte? Io credo proprio di no. 

Le splendide pitture sulle pareti delle piramidi di Giza sono un’opera d’arte, e lo sono allo stesso modo i quadri di Tiziano precisi e misurati nel significato e nella forma come anche il maestoso colonnato di San Pietro progettato da Bernini e Forme uniche nella continuità dello spazio di Boccioni. E si potrebbe andare avanti per molte e molte pagine, aprendo una trattazione di storia dell’arte che ripercorrerebbe la storia dell’umanità stessa. 

La storia ci ha regalato infatti arte pura e bellissima anche quando i canoni tradizionali non venivano rispettati, anzi venivano volutamente annientati e ridotti in mille pezzi. Leonardo sarebbe di certo impallidito nel vedere i ritratti realizzati da Modigliani. Immagino il suo volto, se altresì avesse visto le tele realizzate da Lucio Fontana, un taglio, uno squarcio netto e preciso che viene definito opera d’arte. Forse Leonardo stesso si trovò a squarciare una tela, semplicemente perché non era soddisfatto del lavoro che stava creando, tuttavia penso che forse una tela squarciata dal celebre toscano, non avrebbe avuto la stessa risonanza del lavoro preciso e ragionato di Fontana. Perché?

Perché l’arte risente di ciò che abbiamo intorno, di ciò che siamo e di ciò che il mondo attorno a noi ci lascia, quindi una tela tagliata di Leonardo da Vinci sarebbe stato qualcosa totalmente decontestualizzato e perciò incapace di raggiungere e stimolare le menti di coloro che avrebbero giudicato.

È quindi del “taglio” netto che Lucio Fontana traccia, che vorrei provare a parlare. Il perché non lo so bene, per molto tempo prima che potessi studiare questo genere di opere, ho faticato io stessa a considerarle tali nonostante ho da sempre accettato e anzi guardato con rispetto il Dada di Duchamp ad esempio. Un “semplice” taglio, realizzato con un taglierino tra l’altro, mi è sempre sembrato troppo banale e soprattutto privo di significato. Pensandolo però, mi inserivo autonomamente tra le fila di coloro che in tutto, in arte come nella vita, giudicano in base a un preconcetto che si sono auto costruiti, quando invece dovrebbero provare a scendere un pochino più in profondità. 

La mano che pensò questo modo innovativo di fare arte, è quella del nostro connazionale, che ho citato fino ad ora, Lucio Fontana. Figlio d’arte e vissuto per un certo periodo in Argentina, sin da subito si dedicò all’arte tramite il veicolo di tecniche piuttosto inusuali per la tradizione. Egli manipola la materia e la fa sua, vuole portare l’arte a un nuovo step conoscitivo e pratico e per questo pubblica anche il Primo Manifesto dello Spazialismo, elabora i punti del Manifesto Blanco. 

Artista di tagli e buchi, passato alla storia per delle “semplicissime” manifestazioni creative, apre  invece una finestra sull’infinito, personale di ognuno di noi, universale e dell’arte stessa.

Che siano tagli o buchi sulla superficie di juta della tela, non bisogna però pensare che Fontana realizzasse gesti privi di una preparazione tecnica. La superficie che andava ad incidere veniva infatti preparata con una stesura di colore bianco per essere poi fissata a un telaio in modo da rimanere in tensione e ricevere solo nella parte frontale, un’ulteriore passata di colore. Alla preparazione della tela seguiva poi il gesto pratico, che non avveniva sempre nello stesso giorno infatti potevano anche passare settimane prima che Fontana incidesse. Quando lo faceva, il tutto doveva necessariamente avvenire in maniera decisa pena la vanificata preparazione della tela. Dopo aver applicato l’incisione, applicava strisce di garza nera sul retro in modo da impedire che si vedesse il muro attraverso la tela, in modo da non vanificare nemmeno la resa concettuale del suo lavoro. Ed infine andava ad agire sul taglio stesso e in particolare sui bordi, in modo da fargli assumere la forma concava che successivamente diventerà identificativa dei suoi lavori, e che non poteva essere ottenuta con la sola incisione. 

Come non mancano la preparazioni pratica e una precisa impostazione tecnica, ovviamente non mancano neanche quelli che sono i presupposti ideologici dietro a ciò che questo artista pone davanti ai nostri occhi. Certo, dietro al suo lavoro non si celano rimandi immediati al mondo che ci circonda come ad esempio in Paul Klee, nel cui astrattismo possiamo con un certo sforzo riconoscere lo specchio di ciò che egli osservava. 

In questo caso il lavoro che ci osserva va a fare, è prettamente concettuale. 

Ed è un lavoro che anzitutto rimanda a quella che era la concezione dello spazio di Fontana, oltre che al suo desiderio che i pittori abbandonassero la pittura di cavalletto e iniziassero a dare forma a qualcosa di più vivace e profondo, visti anche i tempi che correvano. Allo stesso tempo colpisce l’animo di noi che guardiamo. Quei tagli, evidenziano come l’artista utilizzi la tela non solo come mezzo, come accade ad esempio agli attori con il palco. Diventano il modo, per aprire una finestra che porta oltre ciò che una semplice tela dipinta può esprimere e portare agli occhi di chi guarda. 

Fontana squarcia la tela come anche il nostro animo, apre una finestra sulla parte più profonda di noi stessi. 

E riemergono tagli. Tagli che ancora sanguinano, tagli che si sono rimarginati, tagli che sono stati necessari per poterci aprire a qualcosa che ci ha resi migliori e più forti, tagli che noi stessi ci siamo inflitti sperando in qualcosa di migliore e più bello. 

Un po’ come quando ci tagliamo il palmo della mano, esce fuori del sangue e soprattutto in qualche modo dal di fuori è visibile una parte profonda di noi. A livello puramente fisico però.

Molti dei ricordi che questo genere di opere portano alla mente, sono ancora freschi, forse ancora sanguinanti, ma credo che siano comunque un bellissimo segno che ci contraddistingue. Ma soprattutto sono segno chiaro ed evidente della forza che ognuno di noi custodisce dentro di sé, perché quale che sia la natura dei tagli della nostra anima, alla fine ci siamo sempre rialzati.

Perciò, credo che Fontana incidendo una tela sia riuscito a mostrare ciò che siamo stati, ciò che siamo e ciò che saremo.