Il 12 dicembre del 1969 una bomba esplose all’interno della Banca Nazionale dell’Agricoltura, sita in Piazza Fontana a Milano, provocando la morte di diciassette persone e il ferimento di altre ottantotto. A questo tragico evento si fa risalire l’inizio di quella cupa età nota come anni di piombo. Da questo momento, negli anni che vanno dal 1969 al 1980, la lotta armata e il terrorismo divengono sistematici nella realtà politica del paese.

Gli scrittori Primo Moroni e Nanni Balestrini sintetizzano così gli anni più duri della Prima Repubblica:

Nel ’77, divampò la generalizzazione quotidiana di un conflitto politico e culturale che si ramificò in tutti i luoghi del sociale, esemplificando lo scontro che percorse tutti gli anni settanta, uno scontro duro, forse il più duro, tra le classi e dentro la classe, che si sia mai verificato dall’unità d’Italia. Quarantamila denunciati, quindicimila arrestati, quattromila condannati a migliaia di anni di galera, e poi morti e feriti, a centinaia, da entrambe le parti.

Con Piazza Fontana, si può parlare di un prima e un dopo lo scoppio della bomba, quel giorno l’Italia intera precipitava nuovamente nella guerra. Una guerra subdola, fatta di attacchi inattesi, in luoghi sicuri. Fatta anche di depistaggi, che nel corso degli anni hanno negato giustizia e verità ai parenti delle vittime.

Inizialmente le indagini si mossero sulla pista anarchica, e portarono all’interrogatorio del ferroviere anarchico Giuseppe Pinelli, morto dopo tre giorni di interrogatorio a seguito di una caduta dal quarto piano della questura di Milano. Il sostituto procuratore Gerardo D’Ambrosio accertò come la caduta fosse stata causata da un malore del Pinelli, il quale si sporse dalla finestra e cadde rovinosamente al suolo.

Il 16 dicembre venne arrestato l’anarchico Pietro Valpreda, a seguito della testimonianza del tassista Cornelio Rolandi, il quale sostenne di averlo accompagnato in Piazza Fontana poco tempo prima della strage, portando con sé una grossa valigia. Le presunte abilità del Valpreda nel maneggiare mine ed esplosivi si fanno risalire al servizio militare, ma venne accertato che si trattò di un tentativo di depistaggio in quanto l’anarchico si specializzò in servizi informativi.

Il giorno dell’arresto, un giovane e acerbo Bruno Vespa definì Valpreda come “Un colpevole e responsabile della strage di Piazza Fontana”. Dopo tre anni di carcere e numerosi processi, Valpreda venne assolto nel 1987 per insufficienza di prove. La pista anarchica venne volutamente seguita, in quanto l’Ufficio Affari Riservati del Ministero dell’Interno, segnalò al Presidente del Consiglio dell’epoca, Mariano Rumor, “L’ipotesi attendibile da formularsi indirizza le indagini verso gruppi anarcoidi”. Per quanto riguarda la morte di Giuseppe Pinelli, si aprì un caso. Incaricato delle indagini fu il commissario Luigi Calabresi, oggetto successivamente di una pesante campagna diffamatoria da parte di giornali di estrema sinistra, ma non solo.

Di fatti, L’Espresso del 27 giugno 1971 pubblicò una petizione firmata da oltre settecento intellettuali, musicisti e attori, la quale contribuì ad isolare ulteriormente il commissario, fino a fargli ingiungere minacce di morte da parte di Lotta Continua. Il 17 maggio del 1972, il commissario Calabresi, privo di scorta, venne assassinato con un colpo di pistola. Vennero condannati per l’omicidio quali mandanti Giorgio Pietrostefani e Adriano Sofri e come esecutore materiale Ovidio Bompressi. 

Le iniziali incriminazioni anarchiche fanno parte di quella “strategia della tensione” tipica degli anni di piombo. Si tratta di una commistione fra terrorismo neofascista e terrorismo di Stato, volti a instaurare nella popolazione uno stato di paura perenne, tali da giustificare una svolta autoritaria in senso anticomunista. A seguito delle rivolte operaie e studentesche del ’68, la strategia venne attuata sistematicamente.

Lo stesso Aldo Moro, assassinato nella primavera del 1978 dalle Brigate Rosse, scrisse nel suo Memoriale:

È mia convinzione però, anche se non posso portare il suffragio di alcuna prova, che l’interesse e l’intervento fossero più esteri che nazionali. Il che naturalmente non vuol dire che anche italiani non possano essere implicati.”

Ciò è avvalorato dalla creazione da parte della CIA dell’Organizzazione Gladio, sistema che in Italia doveva arginare un’eventuale presa al potere del Partito Comunista. 

Il 16 dicembre del 1969, viene scoperto che le borse utilizzate per trasportare gli esplosivi e il timer vennero acquistate a Padova, e da qui si apre la pista nera che porta al gruppo neofascista di Ordine Nuovo, fondato da Pino Rauti. Attraverso le indagini, gli esponenti Franco Freda e Giovanni Ventura verranno arrestati nell’aprile del ’71. Nel novembre dello stesso anno, un muratore intento a ristrutturare una casa di Castelfranco Veneto, in provincia di Treviso, sfonda un muro trovando davanti a sé un arsenale di esplosivi.

Il proprietario dello stabile, arrestato, afferma che l’arsenale venne lasciato lì da Giovanni Ventura, pochi giorni dopo il 12 dicembre 1969. Il 3 marzo del 1972, viene arrestato anche Pino Rauti, e gli inquirenti iniziano ad evidenziare i legami fra estremismo di destra e servizi segreti. Nel 1985 a Bari, la Corte d’assise d’appello assolve per insufficienza di prove Freda e Ventura, ma condanna due ufficiali del SID (servizi segreti) per falso ideologico. Anche la Cassazione confermerà la sentenza nel 1987, rendendo definitiva l’assoluzione.

Nel 2005 dopo il danno giunge la beffa, la Cassazione obbliga le famiglie delle vittime al pagamento delle spese processuali. Con l’ultimo processo si trovarono le prove che avrebbero inchiodato Freda e Ventura, ormai assolti irrevocabilmente in via definitiva. Le indagini provano che nei pressi di Paese, in provincia di Treviso, venne organizzato l’eccidio di Piazza Fontana da membri del gruppo di Ordine Nuovo, capitanato da Freda e Ventura. La condanna morale e storica è giunta. Lenta, ma inesorabile.