Oggi, 14 gennaio 2019, avrebbe compiuto cento anni Giulio Andreotti, scomparso a novantaquattr’anni.
Il Divo, soprannome affibbiatogli dal giornalista Mino Pecorelli, è sicuramente il personaggio politico più controverso e longevo della storia della Repubblica. Di fatti Andreotti è presente ininterrottamente dal 1946 al 1991 in qualità di deputato e dal 1991 al 2013 come Senatore della Repubblica. Membro attivo di diciassette legislature, ha ricoperto per ventisei volte il ruolo di Ministro e per sette volte è stato incaricato di formare il governo. Mai nessuno come lui. Uomo cinico e poco sentimentale, si dice che pianse solo due volte nel corso della vita, quando venne nominato sottosegretario alla Presidenza del Consiglio nel 1947 e quando morì De Gasperi.
Rimane cosa assai complessa sintetizzare in poche righe una simile biografia. Per rendersi conto della statura politica di tale uomo basti pensare che giovanissimo venne introdotto dallo stesso De Gasperi nella scena politica, dapprima quando venne designato membro della Consulta Nazionale e quando ne favorì in seguito la candidatura per l’Assemblea Costituente.


“So di essere di media statura, ma non vedo giganti intorno a me”


Da qui inizia la sua interminabile scalata al potere. Nonostante la sua esile conformazione fisica e la pronunciata cifosi, che lo rendevano oggetto di satira, seppe lasciare ben presto un segno indelebile nella scena repubblicana. Noto è l’aneddoto, raccontato dallo stesso Presidente durante un’intervista concessa ad Oriana Fallaci, dove descrive le funeste previsioni del medico militare.

“Alla visita medica militare, il medico responsabile mi diede sei mesi di vita; quando diventai ministro della difesa lo chiamai per dirgli che ero ancora vivo, ma era morto lui!”


Altra citazione simbolo per capire la personalità dell’Indecifrabile è legata a un dibattito parlamentare del 1951, quando venne chiesto a De Gasperi di fare un passo indietro perché il potere lo stava ormai logorando, così Andreotti prese la parola e rispose:

“Il potere logora chi non ce l’ha.”

Per anni l’aforisma è stato attribuito al Presidente, salvo in seguito essere ricondotta da alcuni storici, al diplomatico francese, Charles Talleyrand.
Enzo Biagi, nel suo libro Diciamoci Tutto, descrive la complessa immagine privata del Divo.


Non credo che nessuno lo abbia mai sentito gridare, né visto in preda all’agitazione. «Una cara zia» confida «mi ha insegnato a guardare alle vicende con un po’ di distacco.» […] Legge romanzi gialli, è tifoso della Roma, e si compera l’abbonamento, frequenta le corse dei cavalli, è capace di passare un pomeriggio giocando a carte, e l’attrice che preferiva, in gioventù, era la bionda Carole Lombard, colleziona campanelli e francobolli del 1870 […] Padre di quattro figli, ha la fortuna che la sua prole tende a non farsi notare. E neppure la signora Livia, la moglie, di cui non si celebrano né gli abiti né le iniziative.

Non c’è aneddotica sulla signora Andreotti.
Interessante è la figura della moglie Livia, onnipresente nelle uscite pubbliche, la quale però ha sempre preferito proferire una parola in meno anziché una di troppo. Lo stesso Andreotti era di carattere schivo, distaccato, freddo e dal sangue di ghiaccio. Si pensi alla fermezza, assieme a Berlinguer e La Malfa, avuta durante la prigionia di Aldo Moro nel non scendere a patti con i terroristi delle Brigate Rosse.
Scrive sempre di lui Biagi: “Cattolico praticante, essendo mattiniero partecipa quasi ogni giorno alla celebrazione della prima Messa”. Suo confessore personale nonché parroco della Basilica di San Giovanni Battista dei Fiorentini era Monsignor Mario Canciani, e questa abitudine del sacramento della confessione è sottolineata magistralmente nel film Il Divo di Paolo Sorrentino.
A proposito del film, lo definì “Una mascalzonata” per poi aggiungere:

“Se uno fa politica pare che essere ignorato sia peggio che essere criticato. Dunque…”.

Gli scandali giudiziari

Andreotti è stato sottoposto a giudizio presso il tribunale di Palermo, per associazione a delinquere di stampo mafioso e associazione mafiosa (quest’ultima accusa a partire dal 28 settembre del 1982).
Leonardo Messina, pentito di mafia, ha descritto il leader democristiano come punciutu, ovvero un uomo d’onore il quale ha prestato il giuramento rituale. Giovanni Brusca, esecutore materiale dell’omicidio del giudice Falcone, disse come senza il benestare di Andreotti non sarebbe mai stato possibile uccidere il Generale Dalla Chiesa e il magistrato Rocco Chinnici.
Nel 2004, la Cassazione conferma le accuse mosse ad Andreotti secondo le quali egli era a conoscenza dei piani per uccidere Piersanti Mattarella, presidente della regione Sicilia. Non solo, una volta avvenuto l’omicidio, lo stesso Andreotti andò a conferire con l’allora boss di Cosa Nostra Stefano Bontade, per chiarire la vicenda. Il leader democristiano non ha mai smentito e nemmeno fornito dettagli agli inquirenti circa le azioni di Bontade.
Altro caso che infiammò la cronaca giudiziaria italiana, fu l’omicidio del giornalista Mino Pecorelli. Il Divo venne indagato perché, secondo le rivelazioni del pentito di mafia Tommaso Buscetta, il boss Badalamenti gli raccontò come l’omicidio venne commissionato dallo stesso Andreotti, per il timore di quest’ultimo che Pecorelli pubblicasse notizie scandalose le quali avrebbero potuto minare la sua reputazione politica. Nel 2003 la Cassazione assolve l’ex democristiano.
In riferimento agli scandali giudiziari egli stesso disse:

“A parte le guerre puniche, mi viene attribuito veramente di tutto.”


Si è visto quindi come lo Zio Giulio, soprannome affibbiatogli dai pentiti di mafia, sia un personaggio in costante discussione, e ancora oggi l’opinione pubblica si divide tra chi lo osanna come uomo di irraggiungibile statura politica e chi lo disprezza per i modi subdoli in cui ha mantenuto il potere.
Certamente la polemica durerà per altri cent’anni, ma è innegabile che quando si parla di Andreotti, si ha a che fare con un alone di sacralità difficilmente riconducibile ai personaggi della politica odierna. Un uomo che ha attraversato le fasi salienti della Repubblica e diceva:

“Ho visto nascere la Prima Repubblica, e forse anche la Seconda. Mi auguro di vedere la Terza”.

Un politico, che almeno dal suo primo mandato come Presidente del Consiglio nel 1972 fino al 1993, anno di Tangentopoli, è stato il più potente e influente della storia della Repubblica. Sembrava davvero eterno tant’è che disse: “In fondo, io sono postumo di me stesso”.
Nonostante avesse la veneranda età di 94 anni quando scomparve, forse lo Zio Giulio non era pronto alla morte e probabilmente la temeva.

“Non sono pronto. Spero di morire il più tardi possibile. Ma se dovessi morire tra un minuto so che nell’aldilà non sarei chiamato a rispondere né di Pecorelli, né della mafia. Di altre cose sì. Ma su questo ho le carte in regola”.


A 100 anni dalla nascita ricordiamo quindi l’uomo, che nel bene o nel male, ha deciso le sorti di questo paese. In ognuno di noi Andreotti è ben presente, ed egli vive nella nostra quotidianità.

“Di feste in mio onore ne riparleremo quando compirò cent’anni”