Il 6 agosto del 1945, nell’ambito del secondo conflitto mondiale, l’Aeronautica statunitense, iniziò una serie di bombardamenti nucleari, dapprima su Hiroshima e successivamente il 9 agosto su Nagasaki.

 

Il lancio dei due ordigni nucleari, rispettivamente “Little Boy” e “Fat Man”, provocò la morte diretta di circa 200.000 civili, più innumerevoli morti causate dall’esposizione alle radiazioni.

 

Ancora oggi il dibattitto storico circa la moralità degli Stati Uniti nell’utilizzo delle bombe è acceso. Già all’epoca delle discussioni su un eventuale utilizzo molti erano gli oppositori, tra cui Albert Einstein e Leò Slizàrd.

 

Molte furono anche le reazioni favorevoli allo sgancio degli ordigni atomici, tra cui quella de L’Unità, organo di stampa ufficiale del PCI, il quale in data 10 agosto pubblicò un articolo intitolato “Al servizio della civiltà” dove il senso di panico e le parole di riprovazione dell’opinione pubblica venivano definite come “Uno strano complesso psicologico, una formale obbedienza ad un astratto umanitarismo”.

 

Si è ben consci del fatto che in una guerra totale, come quella intrapresa dall’Impero Giapponese, il confine tra militare e civile sia molto labile, ma bisogna aver ben impresso il concetto di crimine di guerra.

 

Purtroppo, come spesso accade, i tribunali di guerra al momento del giudizio, mostrano favoritismi nei confronti dei vincitori. Dall’altro canto, questo tremendo atto finale può essere visto come un male necessario per porre fine ad una carneficina che ha causato circa 60 milioni di morti.

 

Di fatti, il Boeing B-29 Superfortress facente parte della flotta di aerei in uso su Hiroshima, venne soprannominato Necessary Evil.

 

La domanda appare spontanea. Era davvero necessario colpire con così tanto clamore e disumanità un Impero Giapponese che ormai aveva perso il controllo del Pacifico, privo degli Alleati dell’Asse e per di più con un duplice attacco nucleare?

 

Il governo di Roosevelt attuò quello che passò alla storia con il nome di Progetto Manhattan, che aveva il compito di giungere al compimento di un ordigno nucleare prima dei fisici tedeschi al servizio del Reich.

 

Morto Roosevelt il 12 aprile del 1945, venne nominato come sostituto il suo Vicepresidente ossia Harry Truman, il quale venuto a conoscenza del progetto decise di utilizzare la nuova bomba per ottenere una resa più veloce da parte dell’Impero Giapponese. Di fatti, i comandi militari statunitensi temevano una riconquista del Giappone, eseguita come in Italia e nei paesi europei occupati, per l’elevato patriottismo giapponese, il quale avrebbe provocato morti di almeno tre volte superiori man mano che si attraversava l’isola nipponica. Ciò è testimoniato anche dal rifiuto della resa a seguito della prima bomba su Hiroshima. Truman stesso disse:

 

“Se non accettano adesso le nostre condizioni, si possono aspettare una pioggia di distruzione dall’alto, come mai se ne sono viste su questa terra”.

 

Solo a seguito del bombardamento di Nagasaki e precisamente il 15 agosto del 1945 il Giappone accetta di firmare la resa, ponendo così ufficialmente fine al secondo conflitto mondiale.

 

Altri studiosi ancora affermano che l’impiego degli ordigni nucleari sia il primo atto della Guerra Fredda, una vera e propria manifestazione di forza all’allora alleata Unione Sovietica. Comunque la si veda, a 74 anni di distanza dal nefasto evento, rimane ancora il dubbio e lo sconcerto di come l’Uomo possa aver concepito un’arma di tale portata di distruzione, e soprattutto, come si possa ancor oggi concepire che degli Stati abbiano degli interi arsenali nucleari. Sempre più vi sono paesi in via di sviluppo che basano il proprio progresso economico ed industriale sul possesso di ordigni nucleari in grado potenzialmente di demolire la specie umana.

 

Che rimanga vivo l’esempio di come la brutalità e il cinismo dell’uomo possa sterminare se stesso.

 

Canis canem edit.