Da chi sia stata colonizzata non si sa ancora, o almeno, cé tuttora confusione tra mitologia e storia. Una terra circondata dal ghiaccio, a miglia di distanza dal più vicino centro abitato, dove le temperature rigide non hanno scalfito il cuore di una popolazione che brucia d’amore per i propri colori. Ìsland significa letteralmente “terra di ghiaccio” stando alla lingua norrena, progenitrice di tutte le lingue scandinave, e si è trasformato poi in Iceland nel linguaggio comune, traslitterando dal norreno all’inglese. Ed è proprio in inglese che è scritto il grido di battaglia della nazionale di calcio islandese per i prossimi campionati europei (sempre ammesso che riescano a qualificarsi): more than an island, giocando un po’ con la pronuncia simile dei termini island e Iceland, un motto che sembra invitare il mondo a conoscere l’Islanda, e non viceversa, come sta succedendo dagli anni Novanta in poi, e realizzare che non è solo un mucchio di ghiaccio.

Facciamo un passo alla volta però, e ricostruiamo la storia, sportiva e non, di un Paese che troppo spesso viene sottovalutato.

Circondata da un paesaggio che alterna montagne e immense distese di geyser, la nazionale di calcio islandese nasce nel 1921, dovendo però aspettare nove anni per giocare la prima partita (vinta per 1-0 contro le Isole Fær Øer) e venticinque per essere riconosciuta dalla FIFA. Il nome ufficiale della nazionale di calcio è Karlalandsið Ìslands ì knattspyrnu, abbreviato in KSI, ed è affetuosamente soprannominata I Nostri Ragazzi, perchè dopo mezzo secolo di anonimato calcistico, l’Islanda ha conosciuto un notevole impulso nel settore sportivo, grazie anche al miracoloso cammino nelle qualificazioni agli Europei del 2000 che li ha visti classificarsi quarti su sei, un successo se paragonato alla sfilza di ultimi posti collezionati, rendendo la propria Nazione fiera delle gesta della Nazionale. Picchi di share pazzeschi, villaggi interi radunati in piazza davanti ai maxischermi, oltre trecentomila cuori battenti all’unisono.

Anche i vari governi alternatisi dal 2000 ad oggi si sono impegnati nella realizzazione di strutture adatte al gioco del calcio, costruendo nuovi stadi con annessa copertura termica in modo tale da agevolare atleti e tifosi, e adeguando le strutture già esistenti. Ma oltre la passione, c’è un secondo motivo che lega calcio e società: questo sport infatti si è trasformato in un’alternativa al tabagismo, alla tossicodipendenza e al suicidio, tre terribili piaghe che hanno reso l’Islanda invivibile per la generazione nata a cavallo degli anni ‘80, isolata da un mondo troppo diverso e spaventoso. I risultati, come in ogni fiaba che si rispetti, si sono rivelati migliori del previsto: nel 2016 arriva la prima, sofferta e storica qualificazione ai campionati europei giocati in Francia, dove l’Islanda ha scioccato tutti uscendo ai quarti di finale contro i padroni di casa. Due anni dopo il miracolo si ripete, e l’Islanda disputa i campionati del mondo in Russia, uscendo però ai gironi.

Sono due le curiosità riguardo la partecipazione a queste competizioni: la prima è l’immensa partecipazione del pubblico islandese alle gare, avendo fatto registrare un enorme afflusso di pubblico particolarmente attivo, avendo inaugurato anche il geyser sound, celebrazione che coinvolge atleti e pubblico, molto simile alla danza haka neozelandese: battere le mani all’unisono, sempre più velocemente, come a voler simulare, appunto, il rumore dei geyser.

Il secondo dato caratteristico è l’affetto, quasi spontaneo, di tutto il mondo nei confronti dei vichinghi 2.0, che ha reso l’Islanda la squadra più tifata in generale della competizione.

Sono numerosi i calciatori islandesi ad aver “fatto carriera”: il capitano della nazionale, Aron Gunnarson, è noto per aver vestito la maglia degli inglesi del Cardiff, ma anche per l’inconfondibile barba e la sua particolare usanza di rilassarsi in vasche di birra; il centrocampista Birkir Bjarnanson, soprannominato figlio di Odino per la somiglianza con l’attore Chris Hemsworth, che interpreta Thor nella saga Avengers, ha vestito per anni la divisa biancazzurra del Pescara, per poi accasarsi alla Sampdoria ed in Inghilterra, all’Aston Villa; il portiere Hannes Halldòrson, titolare presso il Valdur, squadra islandese, nel tempo libero è un valido regista di promo pubblicitari e videoclip musicali, ma si è comunque tolto lo sfizio di parare un rigore ad un certo Leo Messi durante i Mondiali di Russia.

Curiosità: nel 2015 il Pescara si giocava l’accesso alla serie A contro il Bologna, venendo eliminato, mentre l’Islanda guadagnava un posto agli Europei, convocando e togliendo dalla lista dei giocatori disponibili per il Pescara lo stesso Bjarnason. Irritati, i tifosi pescaresi hanno sfogato la loro rabbia sui profili social dell’Islanda, con commenti davvero divertenti, sopratutto perchè scritti in dialetto abruzzese. Il risultato? Ad oggi il Pescara è la squadra più tifata in Islanda, con tanto di club di tifo organizzato, un modo per scusarsi del disagio.

Il sole splende in terra islandese, riscaldata anche dal calore dei propri tifosi e dall’affetto internazionale, una favola che sta diventando realtà, ed è opinione di molti che il settore giovanile islandese risulterà, nei possimi anni, uno dei più validi.

Personalmente rimango affascinato dalla cultura di un popolo così profondo, a metà tra realtà e mitologia, e sbocciato troppo tardi, ma è comunque innegabile il valore sempre maggiore del loro prodotto turistico e sportivo, e ben venga, a costo di imparare da zero una lingua complicata come l’islandese.

Quindi si, Iceland is more than an island.